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Atlante IMIDs

Anisakis e Anisakiasi

La Anisakis e la Anisakiasi

Anisakiasi: un problema emergente

Mauro Minelli, Dominga Maio

 

Introduzione

Nel corso degli ultimi anni sono aumentate le segnalazioni di rischio per la salute pubblica connesso al consumo di prodotti della pesca. Tra i più frequenti contaminanti microbiologici sono state annoverate le larve dei nematodi della famiglia Anisakidae, causa di Anisakidosi.

In particolare, è stata registrata un’aumentata frequenza di reazioni allergiche nell’uomo (orticaria, asma, angioedema fino all’anafilassi) dopo ingestione di pesci crudi o non adeguatamente cotti, causate dalla presenza di larve al terzo stadio del parassita appartenente al genere Anisakis Simplex. Tale sintomatologia è stata associata alla patologia propriamente definita Anisakiasi, con riferimento alla nomenclatura delle malattie causate da parassiti animali.

L’incidenza di questo fenomeno appare in progressivo incremento. In realtà, l’affinamento delle tecniche diagnostiche e l’approfondimento dell’esperienza clinica ed immuno-allergologica in materia, hanno certamente favorito una maggiore attenzione verso il problema che nel passato è potuto risultare, forse, sottostimato se non addirittura misconosciuto.

 

Epidemiologia della parassitosi nell’uomo e sua patogenesi

 

L’Anisakis simplex è un nematode il cui ciclo biologico si svolge in ambiente marino, attraverso vari stadi evolutivi (1, 2).

Le larve di primo stadio parassitano molte specie di crostacei planctonici, mentre le ulteriori fasi di sviluppo avvengono nei pesci marini (Fig. 1). L’uomo si contagia consumando pesce (crudo o affumicato o salato) parassitato dalle larve di terzo stadio che, in genere, si localizzano nel fegato, nel mesentere e nelle gonadi, ma anche nel tessuto muscolare, dove solitamente migrano dopo la morte del pesce. Maggiore è la percentuale di grassi del muscolo, più elevato sarà il numero di larve che vi migrano. Ne consegue che i pesci più a rischio sono aringhe, merluzzi, sgombri e sardine, per quanto larve di Anisakis simplex siano state rilevate anche nei salmonidi alimentati con pesci marini non controllati e risanati.

La prima segnalazione ufficiale di anisakiasi fu riportata nel 1960, in Olanda, da Van Thiel che attribuì ai nematodi marini la responsabilità di una reazione flemmonosa evidenziata in un paziente colpito da dolore addominale acuto(3).

Ad oggi sono stati riportati oltre 20.000 casi di anisakiasi riscontrati in tutti i continenti, per quanto più significativamente rilevati nei paesi asiatici dove è notoriamente invalsa l’abitudine al consumo ordinario di prodotti ittici crudi o poco cotti (4,5).  Il quadro epidemiologico appare, tuttavia, in dinamica evoluzione anche in altri continenti, verosimilmente in ragione di una serie di fattori concorrenti relativi, oltre che alla globalizzazione del consumo di prodotti ed abitudini del Giappone, anche al progressivo perfezionamento delle tecniche di identificazione delle sempre più numerose popolazioni di pesci portatori di larve di Anisakis, e all’affinamento delle complessive procedure diagnostiche.

La caratteristica distintiva delle infezioni da parassiti del genere Anisakis è data dallo sviluppo di fenomenologia reattiva immunomediata variamente oggettivabile. In genere, le risposte immunitarie nei confronti dei nematodi intestinali sono sostenute dal subset linfocitario Th2  con conseguente produzione fenotipica di citochine polarizzate in senso Th2  (IL4, IL5 e IL13) (6), aumentata sintesi di IgE e induzione di eosinofilia  riveniente, tra l’altro, dalla produzione di specifiche sostanze chemiotattiche da parte del parassita(7).

Ai fini della prevenzione, la normativa Europea e l’FDA americana  raccomandano il congelamento, a -20°C per almeno 7 giorni ovvero a -35°C per almeno 15 ore, del pesce eventualmente destinato al consumo crudo.

 

Aspetti clinici

L’infezione da Anisakis Simplex nell’uomo può generare, in forma acuta o in evoluzione cronica, quattro diverse condizioni cliniche: la sindrome gastrica, la sindrome intestinale, la sindrome extra-gastrointestinale o ectopica e la sindrome allergica.

La forma gastrica e quella intestinale (Fig. 2), clinicamente evidenti dalle prime 12 ore e fino a 7 giorni dopo l’ingestione di pesce crudo, sono fondamentalmente caratterizzate da epigastralgie associate a fenomenologia dispeptica con nausea, vomito, talvolta febbricola.

D’altro canto, la forma extra-gastrointestinale è determinata dalla migrazione della larva di Anisakis Simplex verso la cavità peritoneale e/o pleurica o verso il fegato, dopo perforazione della parete gastrointestinale per azione del dente perforante cuticolare e il rilascio di proteasi e sostanze anticoagulanti, a loro volta responsabili delle lesioni erosive ed emorragiche solitamente rilevate nella mucosa gastrica e intestinale di pazienti infettati dal parassita(8,9,10).

Per quel che riguarda, infine, le reazioni immunoallergiche sostenute dall’Anisakis Simplex, sierologicamente tipizzate dall’incremento delle IgE totali e di quelle specificamente orientate verso le frazioni antigeniche dell’Anisakis, esse risultano clinicamente caratterizzate da fenomenologia orticarica talvolta associata ad angioedema, ma anche da oculorinite e/o broncospasmo e fino allo shock anafilattico(11,12).

Sono pure descritte reazioni da ipersensibilità ritardata.

I soggetti sensibili possono manifestare fenomenologia reattiva anche solo manipolando pesce infetto non eviscerato o respirando allergeni che dal quel substrato si diffondono nell’aria, con margini di rischio in tal senso tanto più elevati quanto più riferiti a soggetti professionalmente impiegati nella filiera di trasformazione dei prodotti ittici. Da recenti osservazioni emerge, tuttavia, l’indicazione a ritenere  che la rilevanza clinica della malattia possa dipendere, oltre che dall’entità dell’esposizione alimentare e/o professionale al parassita, anche dalla peculiare suscettibilità dell’individuo esposto. E’ stata, infatti, valutata l’esistenza di una correlazione fra l’allergia ad Anisakis Simplex e gli aplotipi DRB1*1502 e DQB1*0601 del Sistema HLA-II, giustificata dalla elevata frequenza di tali polimorfismi nella popolazione asiatica dove è documentata una più significativa incidenza di Anisakiasi(13).

 

Diagnosi

La diagnosi di Anisakiasi, che naturalmente poggia sull’osservazione clinica dei sintomi, parte da un’accurata, esaustiva raccolta anamnestica finalizzata a verificare l’eventuale ingestione di prodotti ittici a rischio. La diagnosi di certezza è solitamente assai difficoltosa, potendo essere definita solo con l’identificazione del verme nei tessuti prelevati mediante biopsie endoscopiche. All’esame istologico si rileva, generalmente, un’infiltrazione eosinofila della mucosa gastroenterica, con ascessi microscopici e cellule giganti. Il quadro radiologico è aspecifico(14).

Per quel che riguarda, invece, le forme allergiche, l’esecuzione dello Skin Prick Test, come indagine di “primo livello”, è utile per rilevare la presenza di specifica sensibilizzazione attraverso l’induzione, nei soggetti sensibili, di una pronta reazione cutanea IgE-mediata.

Il “secondo livello” prevede la ricerca ed il dosaggio, con metodo UniCAP, delle IgE specifiche circolanti dirette contro i determinanti antigenici dell’Anisakis in grado di indurre risposte immunologiche IgE-mediate(15) e principalmente rappresentati da Ani s 1, epitopo molecolare maggiore del parassita con capacità immunogena, e Ani s 3, molecola tropomiosinica in grado di cross-reagire con altre tropomiosine. E’ acclarata, in questo senso, la cross-reattività tra Anisakis (Ani s 3), Acari (Der p 10), Gamberetti (Pen a 1Pen i 1Pen m 1) e Scarafaggi (Per a 7) che, nel paziente allergico ai Dermatofagoidi(16) , può giustificare, proprio attraverso la cross-reattività delle tropomiosine, la contestuale sensibilizzazione ai Gamberi e all’Anisakis e il conseguente potenziamento della sintomatologia clinica per l’eventuale azione concomitante e additiva dei vari determinanti cross-reagenti.

Significativo valore diagnostico viene anche attribuito al test di stimolazione in vitro con antigene specifico standardizzato di Anisakis, eventualmente in grado di determinare, in caso di positività del test, la degranulazione dei basofili.

Ulteriori approcci siero-diagnostici disponibili per valutare la reattività ad Anisakis includono procedure basate su ouchterlony test, immunoelettroforesi, immunofluorescenza indiretta, emo-agglutinazione, immunoblotting ed ELISA(17,18,19,20).

 

 

Terapia

L’Anisakiasi può richiedere, in ragione della sua multiforme espressione clinica, approcci terapeutici diversi.

Nelle forme infiammatorie croniche gastrointestinali con rilevate infiltrazioni granulomatose e microascessi ed in quelle ectopiche, la terapia è solitamente di tipo chirurgico, ove la preliminare rimozione del parassita, mediante endoscopia, non abbia sortito effetti risolutivi.

Negli altri casi, invece, l’infezione generalmente guarisce ricorrendo ad uno specifico trattamento farmacologico con antielmintici (Tiabendazolo, Albendazolo, Mebendazolo, Ivermectina), eventualmente associati  a terapia sintomatica.

Per i pazienti con accertata sindrome allergica da Anisakis è opportuno che, nell’intento di raggiungere un adeguato e duraturo controllo della sintomatologia, si associ alla terapia convenzionale un appropriato regime dietetico finalizzato certamente a prevenire l’insorgenza di recidive ma anche a scongiurare eventuali ulteriori sensibilizzazioni verso determinanti allergenici non necessariamente condivisi dal parassita.

D’altro canto, l’impostazione del profilo dietetico non potrà, evidentemente, non tener conto del complessivo stato di salute del paziente, delle sue esigenze caloriche e nutrizionali, ma anche di eventuali ulteriori allergie e cross-reattività, oltre che con acari e artropodi, anche con altri nematodi (Ascaridi, Toxocara, Blattella germanica, Chironomus).

 

Fig.2 – IMID Unit: rilievo di parassitosi duodenale 

 


Bibliografia

  1. Esteve C., Resano A., Diaz-Tejeiro P., Fernandez-Benitez M. Eosinophilic gastritis due to Anisakis: a case report. Allergol Immunopathol (Madr). 2000 Jan-Feb;28(1):21-3. English; Spanish. PMID: 10757855; UI: 20221223
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  4. Ishikura H., Kikuchi K., Nagasawa K., Ooiwa T., Takamiya H., Sato N., Sugane K. 1993. Anisakidae and anisakidosis. In T Sun, Progress in Clinical Parasitology, Springer-Verlag, New York, p. 43-102.
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