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Variante Omicron: il decalogo

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Variante Omicron: il decalogo

Il 36° numero di Risposta ImmunITALIA, la rubrica settimanale in cui il prof. Minelli risponde alle domande dei pazienti, è dedicato alla variante Omicron del nuovo Coronavirus, con l’obiettivo di fare chiarezza su rischi, misure preventive ed  efficacia delle vaccinazioni.

Leggi anche “Bastano gli anticorpi per essere protetti dalla CoViD?” per approfondimenti.

1. Perché si chiama così?

Il nome tecnico è B.1.1.529.

Si tratta della 13^ variante identificata del SARS Cov-2 e, come tale, avrebbe dovuto essere indicata con la tredicesima lettera dell’alfabeto greco, cioè la ν (ni). Ma – pare – per ragioni fonetiche che avrebbero potuto creare una qualche assonanza con il termine inglese “new” (???), si è preferito passare alla quattordicesima lettera dell’alfabeto greco, cioè la ξ (xi). Ma – pare – per ragioni politiche che avrebbero associato questa variante del nuovo coronavirus alla Cina (quasi fosse una novità) – e, in particolare, al cognome del presidente cinese Xi Jinping – si è preferito passare direttamente alla quindicesima lettera dell’alfabeto greco che è appunto la ο (omikron).

Così – pare – non si offende nessuno e non si crea confusione!

2. Come si è originata?

Il soggetto nel quale per la prima volta questa variante si è generata sarebbe stato un cittadino del Sudafrica ammalato di AIDS, quindi con severa immunodeficienza acquisita dal virus HIV e che proprio in ragione della pandemia aveva dovuto sospendere, al pari di tanti altri pazienti con analoghe patologie, le apposite terapie antivirali. Questa persona, a causa della scarsa capacità del suo sistema immunitario di contrastare l’azione degli agenti patogeni, sembra abbia subito la malattia Covid-19 per circa sette mesi.

Parte da qui la tredicesima variante del nuovo coronavirus il cui profilo, analizzato grazie al sequenziamento genetico effettuato in Botswana, è caratterizzato da 32 mutazioni per la maggior parte localizzate sulla proteina Spike che il virus utilizza per penetrare nelle cellule dell’ospite.

3. Cos’ha di particolare? E quanto sono attendibili le informazioni che, al momento, possono essere state raccolte su questa nuova variante?

La variante Omicron sta preoccupando le autorità sanitarie mondiali perché potrebbe essere in grado di schivare le resistenze acquisite tanto da chi si è già vaccinato, quanto da chi ha già contratto l’infezione da SARS-Cov-2 ed è poi guarito. In realtà, quel che al momento possiamo affermare è che questa variante contiene diverse mutazioni che singolarmente si era già visto potevano avere “in vitro” (cioè “in provetta”) proprietà non proprio “positive” per l’uomo.

Ma da lì a fare “in vivo” il classico due + due davvero ce ne vuole! In effetti, il quadro che traspare dai dati scientifici più attendibili (e non dal chiacchiericcio incontrollabile dei social) è ancora frammentario. Nel senso che non si sa se queste diversità rilevate nella variante B.1.1.529 comportino una maggiore pericolosità sul fronte clinico, cosa che non risulta affatto dalle informazioni relative ai “nuovi” casi registrati in Sudafrica, o non invece “solo” una maggiore contagiosità; né sappiamo se davvero questa variante sia in grado di sfuggire all’ombrello protettivo dei vaccini.

4. Ma finirà questa storia prima o poi?

Non si potrebbe rispondere correttamente a questa domanda se non si partisse dal presupposto che è nella natura dei virus migliorare, via via, le loro perfomances al fine di diffondersi più agevolmente superando le difese naturali nel frattempo organizzate dai loro ospiti potenziali, ma anche le resistenze artificialmente costruite con farmaci e vaccini.

L’azione virale, di per sé prevedibile ed attesa, viene decisamente facilitata e potenziata dalla disponibilità di una coorte di soggetti in grado di offrire al virus la “giusta accoglienza” mettendolo nelle condizioni più agevoli per replicarsi e mutare.

5. Vaccinarsi aiuta a ridurre il rischio di nuove mutazioni del virus?

Sì! Più ampia è la popolazione di persone “disponibili all’accoglienza” perché non vaccinate, maggiore sarà la possibilità che il virus (in questo caso il SARS-Cov-2) sopravviva ed evolva in nuove riedizioni sempre più mutate, e dunque più trasmissibili, rispetto alla forma originaria. Per questo più e più volte su questa pagina abbiamo sollevato il tema della inammissibilità di lasciare senza vaccino un continente come l’Africa con un miliardo e 300 milioni di abitanti che certamente avrebbero costituito per il virus un eccezionale bacino d’azione nel quale replicarsi e trasformarsi a suo piacimento.

Per quanto, seppure in misura più contenuta, analogo concetto vada anche applicato a quelle frange della popolazione nostrana che, sentendosi libere da ipotetici condizionamenti coercitivi, non si lasciano affatto sfiorare dal pensiero che la loro di libertà di non vaccinarsi non può e non deve essere libertà di contagiare gli altri.

Certo, il coronavirus non potrà mutare all’infinito perché, alla fine, anche le combinazioni delle possibili variazioni hanno un limite. Ma sarebbe molto più tranquillizzante per una comunità oramai provata e stanca se si accorciassero i tempi che ci separano dalla fine della pandemia grazie al contributo consapevole, maturo e responsabile di tutti.

6. La variante sudafricana elude i vaccini? E resiste agli antivirali e ai monoclonali attualmente in uso, nei quali tanti di noi hanno riposto grandi speranze?

Per quanto non sia ancora chiaro e definito il livello di pericolosità di questa nuova variante, Moderna e Pfizer si sono già messe in moto per aggiornare i vaccini a Rna-messaggero (mRNA) utili a contrastarla. E mentre Modena non fa riferimento ad un cronoprogramma ben delineato, Pfizer quantifica in 100 giorni il tempo necessario per lo sviluppo di un vaccino specifico.

In realtà Moderna pare stia lavorando in parallelo su tre linee possibili di intervento:

  1. una dose di richiamo a più alta concentrazione di mRNA-1273 (100 µg);
  2. due possibili richiami multivalenti, progettati per anticipare mutazioni come quelle che si sono presentate nella variante sudafricana;
  3. il richiamo “mRNA-1273.529” fatto apposta per la variante Omicron.

7. Come si misura l’efficacia dei vaccini attualmente in uso contro la variante Omicron?

In relazione alle tre dosi già ricevute da tanti di noi vaccinati con i prodotti attualmente disponibili, le analisi realizzate tramite l’utilizzo di software dedicati suggeriscono che, molto più di quelle “umorali” misurabili attraverso il dosaggio sierico degli anticorpi anti-spike, le immunoglobuline “cellulari” mediate dai linfociti T sarebbero in grado di assicurare adeguati livelli di protezione anche contro l’infezione da variante Omicron.

La stessa cosa potrebbe non essere per alcuni anticorpi monoclonali che, rispetto alla prevista possibilità di bloccare prontamente l’infezione e trattare con successo la malattia, risulterebbero meno efficaci.

8. Ci sono sintomi che, più di altri, possono caratterizzare in maniera specifica l’infezione da variante Omicron?

Al momento non ci sono notizie di quadri sintomatologici granché diversi da quelli già noti. Anzi, stando alle dichiarazioni di qualificati medici sudafricani, i disturbi manifestatisi in soggetti sani, cioè non interessati da altre patologie, infettati dalla variante Omicron sarebbero “insolitamente lievi” se rapportati a quelli prodotti dalle altre varianti precedenti. In particolare si registrano per pochi giorni stanchezza e dolori muscolari, mal di testa, congestione nasale con prurito in gola e tosse. Mancano alterazioni del gusto e dell’olfatto e nessuno dei soggetti colpiti da Omicron ha dovuto ricoverarsi.

9. Se i sintomi della variante non sono gravi, si possono allentare le misure preventive?

I dati che abbiamo a disposizione, che sono il risultato di una valutazione primordiale eseguita in Sudafrica su una coorte di pazienti per lo più giovani e sani, non autorizzano affatto ad abbassare i livelli di attenzione, continuando a mantenere immodificate le misure di prevenzione ordinaria che prevedono l’uso delle mascherine in ambienti confinati, il divieto di assembramento, la detersione frequente delle mani, il rafforzamento del Green Pass, l’accelerazione sulle terze dosi e sulle vaccinazioni dai 5 anni in su.

10. Alla luce di quel che oggi si sa, può avere senso attivare ancora una volta misure restrittive estreme del tipo lockdown, ripartizione del territorio in aree variamente colorate, chiusura dei confini e similari?

Quanto accaduto e vissuto con le varianti precedenti, soprattutto con la Delta, non può essere esperienza maturata invano. E quell’esperienza ci ha dimostrato che, molto più dei lockdown e delle limitazioni odiose e penalizzanti, valgono le pratiche vaccinali corrette, tempisticamente e posologicamente precise e il più possibile diffuse.

Invece del catastrofismo da propinare a iosa, semmai alternandolo, a seconda delle breaking news, all’ottimismo schizofrenico di una pandemia che starebbe per finire, facciamo prevalere il buon senso della Scienza. La stampa, i media in generale smettano di riprendere personaggi furbescamente ancorati ad un ruolo che si modella più sulla convenienza di una prossima ospitata che non sulla obiettività di una valutazione fondata, sensata e coerente.

I fenomeni scientifici si studiano, si analizzano e si leggono alla luce di evidenze oggettivabili, non si sciorinano a vanvera semmai enfatizzando misure inutili e deprimenti solo per l’inconfessata necessità di guadagnarsi un titolo ad effetto. Se esasperata, questa scelta rischia di diventare perfino delittuosa.

E anche la scelta di chiudere i confini, bloccando i voli e sbarrando le frontiere, appare a mio avviso spropositata e dunque priva di una dimensione misurata e coerente, soprattutto se rapportata alla tacita accettazione di tenere dentro a quei confini entità chiassosamente ostili, magari libere, da una parte, di inneggiare al blocco del transito di “africani” rei di non aver potuto vaccinarsi per mancanza di vaccini e, dall’altra, di protestare anche violentemente contro chi contesta loro di non aver voluto vaccinarsi per mancanza di buon senso.

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