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Bastano gli anticorpi per essere protetti dalla CoViD?

anticorpi anti-covid

Bastano gli anticorpi per essere protetti dalla CoViD?

Il 24° numero di Risposta ImmunITALIA, la rubrica settimanale in cui il prof. Minelli risponde alle domande dei pazienti, è dedicato ai meccanismi immunologici che il nostro organismo mette in atto in risposta al SARS-CoV-2, con particolare attenzione al ruolo degli anticorpi anti-CoViD.

Io ho gli anticorpi alti! Quindi, perché dovrei vaccinarmi?

Può non essere una pratica comunicativa corretta, ma a questa domanda provo a rispondere formulando, a mia volta, una serie di altre domande:

  • Siamo proprio certi che la conta degli anticorpi nel sangue sia la pratica più giusta per verificare l’efficacia della vaccinazione?
  • E siamo certi che soggetti che non abbiano prodotto anticorpi contro il SARS-CoV-2 siano effettivamente sguarniti di protezione e, quindi, siano tanto più incapaci di bloccare il virus quanto più basso è il loro bottino di anticorpi?
  • Chi ci garantisce che gli anticorpi prodotti dopo il vaccino o dopo un’eventuale infezione da nuovo coronavirus siano davvero “neutralizzanti”?
  • E, per contro, chi ci assicura che il non avere anticorpi misurabili con l’ormai famoso test sierologico equivalga ad una completa assenza di protezione contro la CoViD-19?

L’immunologia è materia complessa e anche complicata! Non è per niente facile spiegare in due parole un ragionamento che quasi mai è figlio di una deduzione semplice… anche se, purtroppo, sempre più spesso capita di leggere il contrario su rotocalchi e social dove l’immunologia è diventata pratica ruspante e scienza a buon mercato.

Non è facile spiegarsi ai medici, figurarsi quanto complicato sia farsi comprendere da chi medico non è!

Mi sta dicendo che, se anche io ho bassi anticorpi, potrei comunque essere protetto dall’infezione del nuovo coronavirus?

Sì, ma paradossalmente anche il contrario. E cioè che non si è assolutamente certi che gli anticorpi misurati dal test sierologico siano, da soli, totalmente “bloccanti” e cioè capaci di neutralizzare in pieno il virus.

Questo perché il sistema immunitario, “interpellato” dal virus, non replica all’aggressione solo e soltanto per il tramite della cosiddetta immunità “specifica o adattativa” che provvede alla produzione di anticorpi, ma anche attraverso l’altro suo braccio operativo, quello dell’immunità “aspecifica o innata” che, invece degli anticorpi, utilizza come “soldati di prima linea” alcune cellule strategiche dotate di funzioni protettive verso agenti estranei “a prescindere” dall’identità di questi ultimi. E, purtroppo, l’entità e la portata di tale funzione non è, al momento, misurabile attraverso esami semplici come quelli in uso per la conta degli anticorpi.

Ne consegue che a basse quote di anticorpi rilevate attraverso il classico test sierologico ci resterà sempre il dubbio che noi, comunque, si possa essere protetti grazie alle cellule dell’immunità innata, così come ad alte quote di anticorpi potremmo non esser sicuri del fatto che un livello pure elevato di protezione fornito dall’immunità adattativa possa darci assolute certezze di indennità dalla CoViD-19.

Ma volendo continuare a considerare la misurazione degli anticorpi alla stregua di “esame guida”, valido almeno come orientamento di massima per sentirsi protetti contro il coronavirus, quali sono i valori di riferimento per potersi considerare immunizzati?

Fino ad ora non sono stati codificati standard internazionali in grado di fornire valori di riferimento ufficiali entro i quali il dosaggio degli anticorpi anti-SARS-CoV-2 sia garanzia di protezione certa. Così come mancano informazioni precise relative al tempo di durata dell’eventuale protezione, ammesso che questa possa e debba dipendere solo e soltanto dagli anticorpi misurati con il test sierologico.

A mio avviso quel che più risulterebbe utile in questo momento, ma anche e soprattutto nelle fasi successive del monitoraggio della campagna vaccinale, sarebbe poter contare su metodiche d’analisi, attualmente non ancora disponibili, capaci di documentare l’attivazione delle dinamiche dell’immunità innata e l’entità della sua risposta (tanto meglio se correlata a quella anticorpale sostenuta dall’immunità adattativa).

Altro elemento fondamentale da indagare e da conoscere è rappresentato dalla “memoria immunologica”, proprietà in dotazione al sistema immunitario, in grado di attivarsi con rapidità ed efficienza nel momento in cui l’organismo vaccinato o eventualmente guarito da una precedente infezione da SARS-CoV-2, dovesse rientrare in contatto con quest’ultimo.

Cos’è la memoria immunologica? Come funziona?

Il meccanismo, non proprio semplicissimo, si fonda sulle straordinarie capacità del nostro sistema di difesa naturale, potenzialmente in grado di:

  • Discriminare tra ciò che appartiene all’organismo (self) e ciò che, invece, è estraneo all’organismo (non self);
  • Reagire a qualsiasi sostanza estranea con risposte di tipo innato o acquisito (vedi risposta a quesito n. 2);
  • Agire per mezzo di cellule, immunoglobuline e citochine;
  • Ricordare gli antigeni già incontrati e, dunque, disporre di una sua propria “memoria”.

In effetti, dopo un processo di immunizzazione o dopo un’infezione, l’immunità dura per anni. La longevità di questo meccanismo è legata al fatto che il sistema immunitario “ricorda” la forma e l’impronta del “nemico” e continua a produrre anticorpi contro di esso. La resistenza ad una seconda aggressione dello stesso “nemico” è legata alla presenza di linfociti T e B dotati, appunto, di memoria immunologica, e per questo detti memory cells, che si formano durante la prima risposta all’agente “estraneo”. La seconda risposta, di tipo “memorizzato”, si svolge in maniera più rapida e più intensa rispetto alla prima.

Mentre, in un primo tempo, si riteneva che la capacità di conservazione della memoria fosse esclusivamente riservata al braccio operativo dell’immunità “acquisita” (quella che opera per il tramite degli anticorpi), più recentemente si è potuto constatare che anche l’immunità “innata”, cioè la nostra “prima linea” di difesa, è dotata di “memoria” soprattutto affidata all’azione dei “macrofagi”, cellule capaci di “mangiare” tanti agenti nemici e, dunque, di requisirli al loro interno mettendoli, così, in condizione di non nuocere.

Si tratta, come anticipavo, di meccanismi complessi e affascinanti i cui effetti ultimi, se dettagliatamente conosciuti, potrebbero fornirci, anche nel caso della CoViD-19, notizie straordinariamente utili sulle nostre reali condizioni di immunità acquisita dopo l’infezione, ovvero dopo la vaccinazione. Certo non disperiamo di poterle ottenere ma, al momento, le analisi per poter indagare e conoscere queste interessantissime informazioni sono ancora in fase di studio e di progressiva verifica.

Quindi, alla fine, cos’è che possiamo e dobbiamo fare? Dobbiamo per forza abituarci all’idea di nuove dosi di vaccino?

Tante sono ancora le domande aperte, in attesa di risposte certe ed affidabili. L’ho già detto nelle risposte precedenti: oggi non sappiamo di quanti anticorpi abbiam bisogno per garantirci protezione contro la CoViD-19; non sappiamo quanto tempo dura l’immunità conferita dalla malattia né quanto dura quella conferita dai vaccini, e nessuno (sottolineo NESSUNO che sia serio) può avventurarsi in previsioni affidabili. Non sappiamo che protezione, in termini di efficacia e di durata, riescano a dare i vaccini anti-CoViD ai cosiddetti “fragili”, cioè a quelle persone affette da patologie croniche immunomediate e magari sottoposte a terapie cortisoniche ed immunosoppressive. Non conosciamo l’entità e l’efficacia della protezione vaccinale nei confronti di pazienti con malattie tumorali in chemioterapia, con malattie neurodegenerative, con insufficienza renale grave, ecc.

Con certezza possiamo solo affermare che, per generare immunità, i vaccini sono certamente più efficaci della malattia e che a chi è guarito dalla CoViD-19 può essere sufficiente una sola dose di vaccino per generare una robusta protezione contro una possibile reinfezione. Dai dati scientifici a disposizione sappiamo pure che, dopo sei mesi dalla somministrazione dei vaccini a RNA messaggero, la protezione rispetto ad un nuovo contagio tende a calare. Questo se, da un lato, evidentemente espone il soggetto vaccinato ad una possibile infezione, dall’altro tuttavia gli evita ospedalizzazione, cure intensive e morte.

Non mi sento, in questo momento, di profetizzare eventuali terze dosi a venire. Lo vedremo e lo diremo solo dopo che le ricerche serie e validate avranno fornito informazioni certe ed inoppugnabili circa le misure da adottare per proteggere al meglio le persone.
Ora l’unica certezza reale rimane il vaccino al quale occorre accostarsi con la convinta persuasione di avere a che fare con uno strumento sicuro ed efficace, unico in grado di impedire al virus di circolare e generare nuove varianti, magari più aggressive.

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