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Malattie autoimmuni e vaccini anti-CoViD: cosa fare?

vaccino e malattie autoimmuni

Malattie autoimmuni e vaccini anti-CoViD: cosa fare?

Il 21° numero di Risposta ImmunITALIA, la rubrica settimanale in cui il prof. Minelli risponde alle domande dei pazienti, è dedicato alle interazioni tra vaccino e malattie autoimmuni, in modo da fare chiarezza sui reali rischi e benefici della campagna vaccinale.

Leggi anche “Ho una malattia autoimmune: posso fare il vaccino?” per approfondimenti.

Gentile Dottore, le scrivo in quanto malata autoimmune.
In questo periodo ho molti dolori alle articolazioni delle mani specie di notte e un malessere generalizzato con nausea; ho formicolii a gambe e braccia, ma anche sfoghi cutanei nella zona di zigomi e mento… quindi sono veramente combattuta sul fare o non fare il vaccino, perché ho paura che potrebbe riacutizzare patologie autoimmuni.
Sono terrorizzata dal COVID e indosso sempre la mascherina…ma ho anche paura di effetti avversi\riattivazioni indotte dal vaccino per noi malati autoimmuni.
Cosa posso fare?

Gentile signora,

rispetto alla domanda che lei pone con dovizia di particolari, una prima fondamentale osservazione va posta in relazione alle sperimentazioni condotte prima che il vaccino venisse definitivamente autorizzato. Tali sperimentazioni, così come accaduto per tutti gli altri vaccini, sono state condotte solo su persone sane e non certo su pazienti con malattie autoimmuni che, essendo costretti nella larga maggioranza dei casi ad assumere farmaci potenzialmente in grado di alterare i risultati della sperimentazione, sono stati ovviamente esclusi dalle somministrazioni preliminari. Quindi notizie certe degli effetti del vaccino anti- CoViD sui malati autoimmuni non se ne hanno. Pur tuttavia questi pazienti hanno bisogno di specifica protezione contro il SARS-CoV-2. E allora cosa fare?

Un primo elemento che depone a favore della vaccinazione è rappresentato dal fatto che i vaccini attualmente in uso contro la CoViD sono composti da frammenti di materiale genetico virale e non da virus vivi attenuati, ciò che conferisce loro una pressione d’impatto sul sistema immunitario molto più contenuta e, dunque, molto meno aggressiva. Rimane, tuttavia, l’impegno di monitorare le eventuali fasi di riacutizzazione di patologie per loro natura cronico-recidivanti attraverso controlli clinici e di laboratorio.

Ma, secondo lei, come deve regolarsi fare il medico vaccinatore alle prese con un paziente affatto da una malattia autoimmune?

Secondo il mio personale parere, la somministrazione del vaccino dovrebbe essere evitata o, comunque, differita:

  • nei casi in cui la malattia di base si sia riacutizzata con intensa riaccensione dei sintomi, eventualmente associati ad un aumento nel sangue dei livelli della VES, della PCR, del Fattore Reumatoide, ad un importante abbassamento dei livelli del complemento, ecc.);
  • in caso di significativi aumenti nel sangue dei livelli di autoanticorpi che caratterizzano la malattia autoimmune di cui il paziente soffre (anticorpi anti-tiroide nella Tiroidite di Hashimoto; anticorpi anti-citrullina nell’Artrite Reumatoide; anticorpi anti-cellule parietali dello stomaco nella Gastrite Atrofica Autoimmune; anticorpi anti-cardiolipina (aCL) e/o anti–β2 glicoproteina (anti-β2GP) nella Sindrome da Anticorpi Antifosfolipidi; anticorpi anti-desmogleina 1 e 3 (Dsg1 e Dsg3) nel pemfigo, ecc.

In questi casi sarebbe opportuno non praticare la vaccinazione e, semmai, rimandarla a prossime fasi di stabilizzazione clinica nelle quali sia stato accertato un miglioramento del quadro sintomatologico e di laboratorio.

Ma se io, in quanto malata autoimmune, sto praticando terapia con farmaco immunosoppressore, grazie al quale sono riuscita a stabilizzare il mio quadro clinico e ora sto meglio, potrò fare il vaccino? O quella terapia che ho in corso renderà inutile la vaccinazione inibendone gli effetti?

È più che legittimo il dubbio sulla opportunità di vaccinare quei malati sottoposti ad una terapia immunosoppressiva che sia realizzata con cortisonici e/o con farmaci come metotrexato, idrossiclorochina, ciclosporina, micofenolato, tacrolimus e altri similari.

In relazione a questo interrogativo, al momento, non è possibile fornire risposte esaustive ed universalmente valide. Di certo tuttavia si può dire che, nei soggetti con terapia immunosoppressiva in corso, la risposta al vaccino sarà più attenuata rispetto a quella prodotta dalle persone sane. È ciò che ricaviamo da pazienti immunopatici che, in cura con un farmaco immunosoppressore, si sottopongono per esempio alla vaccinazione anti-influenzale: il sistema immunitario, farmacologicamente impedito nelle sue funzioni ordinarie, riuscirà solo a produrre una risposta anticorpale ridotta e parziale.

E cosa mi dice degli anticorpi monoclonali? Intanto cosa sono? Come funzionano? E sono davvero efficaci anche sulle varianti?

I monoclonali sono anticorpi prodotti da un solo linfocita progenitore che, duplicandosi, genera anticorpi fra loro tutti uguali. Nel caso specifico della CoViD-19, questi anticorpi sono in grado di riconoscere il coronavirus dimostrandosi in grado di neutralizzarlo anche nelle sue varianti.

D’altro canto, la specificità degli anticorpi monoclonali precisamente diretti contro il bersaglio che si voglia colpire e che in questo caso è rappresentato dal SARS-CoV-2, costituisce la migliore soluzione possibile per poter raggiungere alte percentuali di successo nel trattamento anche domiciliare della CoViD-19.

L’efficacia degli anticorpi monoclonali in clinica è già stata abbondantemente verificata in oncologia medica, in gastroenterologia, in dermatologia, in allergologia e immunologia clinica e in diversi altri settori della medicina. Nel caso della CoViD-19, gli anticorpi monoclonali si sono già dimostrati capaci di neutralizzare la variante inglese e quella brasiliana e ora si rivelano in grado di bloccare, in ragione della loro forza terapeutica, anche la più temibile variante indiana. In effetti, già sperimentalmente si è visto che la capacità dei monoclonali di ultima generazione, tra l’altro prodotti in Italia, di impedire di penetrazione del virus nella cellula umana e, contestualmente, di attivare più ampie dinamiche immunologiche di “uccisione” delle particelle virali, rende il monoclonale un’arma in grado di svolgere funzione preventiva ma anche funzione terapeutica soprattutto nelle fasi precoci dell’infezione, quando è ancora in corso la replicazione virale.

Ed io che non posso vaccinarmi per documentati motivi di salute, come faccio a farmi rilasciare il Green Pass? A chi devo rivolgermi? E quali procedure dovrò seguire per essere autorizzato a svolgere regolarmente le mie ordinarie attività quotidiane?

È previsto che il Green Pass venga rilasciato anche alle persone che “per condizione medica non possono ricevere o completare la vaccinazione”. Si tratta di documenti “in formato cartaceo” che potranno essere rilasciati a titolo gratuito dai medici vaccinatori del Servizi sanitari regionali, dai medici di medicina generale o dai pediatri di libera scelta dell’assistito che operino nella campagna nazionale di vaccinazione anti-CoViD. La certificazione avrà una “validità massima fino al 30 settembre”.

Naturalmente queste persone, per le quali sarà indispensabile documentare le ragioni della esenzione, devono sapere che per loro è assolutamente indispensabile continuare ad usare sempre le mascherine, lavarsi le mani, rispettare le regole del distanziamento evitando rigorosamente ogni assembramento. La certificazione dovrà contenere, oltre ai dati identificativi della persona interessata, la data di fine validità del certificato, la dicitura “soggetto esente alla vaccinazione anti-SARS-Cov-2” ma NON le ragioni della esenzione nel rispetto delle norme della privacy.

Io sono tutt’altro che propensa a vaccinarmi. Riesce a darmi qualche motivazione valida per la quale io dovrei convincermi a farmi somministrare il vaccino anti-CoViD?

In un clima costantemente avvelenato da sospetti e detrazioni, stare a ripetere per l’ennesima volta che nessun vaccino protegge al 100% sarebbe solo inutile esercizio di retorica. E allora, al netto di preamboli scontati, la prima cosa che mi sentirei di comunicare a chi pone questo interrogativo è l’evidenza, oggettivamente acquisita tra coloro che abbiano ricevuto la seconda dose di vaccino, di una protezione di circa il 90% rispetto all’infezione da SARS-CoV-2, di circa il 95% rispetto all’ospedalizzazione, del 97% rispetto al ricovero intensivo e del 96% rispetto al rischio reale di morire per CoViD-19. Questo tanto per rendere subito l’idea di quanto utile e vantaggioso possa risultare il vaccino anti- CoViD.

Altra lancia che mi sentirei di spezzare in favore di questo vaccino è che oggi, a fronte di miliardi di dosi somministrate in tutto il mondo, piuttosto esiguo risulta essere il numero di reazioni avverse severe. Ciò che conferma la sicurezza del prodotto.
In quanto, poi, alla capacità del vaccino anti- CoViD di contrastare il contagio da SARS-CoV-2, io credo sia giusto ed opportuno, man mano che la campagna vaccinale procede, precisare alcuni aspetti poco o affatto considerati. È un dato di fatto che, nel mentre la vaccinazione va confermandosi come pratica di immunoprofilassi attiva altamente protettiva, contestualmente vadano riducendosi i contagi nella popolazione generale. Accade così che, in una coorte sempre più ampia di persone vaccinate, faccia notizia non già il numero straordinariamente grande di casi di CoViD che il vaccino riesce ad evitare, ma il numero sempre più piccolo (in una popolazione sempre più grande di vaccinati) di contagi tra persone che abbiano ricevuto il vaccino. Quindi a destare scalpore non è il macroriscontro di una protezione vaccinale più allargata, ma la microscopica eccezione, peraltro pure prevista ed attesa, di un qualche vaccinato che si sia infettato.

E allora, se diamo per scontato che la campagna vaccinale giustamente continuerà, così facendo allargare sempre di più la fascia delle persone vaccinate, al fine di evitare che i pochi casi di contagi tra vaccinati possano erroneamente dare l’idea falsa e fuorviante di essere addirittura più numerosi di quelli che potranno contarsi tra non vaccinati, bisognerebbe iniziare a valutare l’efficacia complessiva del vaccino anti- CoViD non in termini di numeri assoluti, ma in termini di incidenza. Anche perché è sull’esibizione di cifre estrapolate da un contesto complesso ma proprio per questo da analizzare con grande attenzione, che si sofferma, spesso in malafede, la maldestra obiezione di chi osteggia la vaccinazione e le misure ad essa correlate. Si potrebbe così argomentare, con il conforto dirimente dei numeri veri, che ad oggi il rapporto tra numero dei casi CoViD -19 e popolazione vaccinata è almeno dieci volte più basso rispetto a quello che si registra nella popolazione dei non vaccinati. Senza contare poi la gravità del quadro clinico che, com’è noto sulla base di evidenze accertate, risulta essere molto più severo nei non vaccinati.

Non so quanto tutto questo potrà riuscire a convincere chi ostinatamente continuerà ad opporsi alle pratiche della vaccinazione ingiustamente ritenendole foriere di sventura, ma in assoluta buona fede credo che un tentativo vada fatto, perché convincere alla ragione anche solo uno dei rinunciatari avrà potuto aggiungere un piccolo tassello ad un mosaico da comporre nel più breve tempo possibile a vantaggio di tutti.

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