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Diete dimagranti: quali sono i rischi e le buone pratiche?

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Diete dimagranti: quali sono i rischi e le buone pratiche?

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Il 27° numero di Risposta ImmunITALIA, la rubrica settimanale in cui il prof. Minelli risponde alle domande dei pazienti, è dedicato alle diete dimagranti, con consigli e spiegazioni per un’alimentazione bilanciata che permetta di ottenere benefici a lungo termine.

Quanto è vero che le diete dimagranti “convenzionali” (poche calorie, pochi carboidrati e tante proteine) nel lungo periodo possono paradossalmente diventare ingrassanti? E perché?

Nel linguaggio comune la definizione “dieta dimagrante” significa “mangiare meno per perdere peso”.

Di fatto, una dieta dimagrante particolarmente restrittiva porta l’organismo ad entrare in uno stato di “carestia” nel quale il metabolismo rallenta, tendendo a conservare le riserve di grasso e a bruciare di meno.

Di tutto questo si ha contezza nelle fasi della restrizione che la dieta in quanto tale impone!
Spesso, però, succede di constatare una rapida ripresa dei chili precedentemente perduti non appena si sarà tornati ad un regime alimentare normocalorico. Con l’aggravante che, laddove in futuro si dovesse nuovamente intraprendere una dieta finalizzata a perdere i chili nel frattempo accumulati, il corpo non risponderà, e dimagrire sarà sempre più difficile. Un vero e proprio circolo vizioso, a cui contribuiscono oltre a quelli nutrizionali, anche fattori ormonali e/o emotivi e/o legati a particolari stili di vita.

Quali sono i fattori che possono contribuire al calo di peso dopo una dieta “dimagrante” in senso stretto?

Partiamo dall’assunto che una dieta dimagrante dev’essere in grado di mettere il corpo nelle condizioni di utilizzare il grasso corporeo a scopo energetico.

Il primo fattore che contribuisce al calo di peso sono le poche calorie assunte, ovvero una dieta in cui l’energia chimica introdotta con l’alimentazione risulti inferiore all’energia richiesta dal nostro organismo.

Se si è in sovrappeso, il quantitativo calorico da introdurre dev’essere ridotto rispetto al fabbisogno, così da creare uno squilibrio tra l’energia richiesta e quella introdotta con il cibo. Ciò stimolerà l’utilizzo dei depositi di grasso e determinerà, quindi, una perdita di peso.

E quali sono, invece, le principali complicanze che possono conseguire ad una dieta “dimagrante“ in senso stretto? Quali ambiti del nostro organismo potrebbero subire danni maggiori magari per un insufficiente apporto di nutrienti?

Spesso si ricorre a diete inadeguate che escludono per intero gruppi di alimenti, risultando sbilanciate nella loro composizione e, così, creando eccessi o carenze di alcuni nutrienti rispetto ad altri. Tutto ciò, evidentemente, comporta dei danni alla nostra salute.

In particolare le diete ad alto contenuto di proteine e molto povere di carboidrati sono quelle più seguite da chi vuole dimagrire velocemente. Il problema è che spesso si trascurano gli effetti nocivi dovuti agli eccessi proteici, in quanto nel lungo periodo queste diete possono risultare non del tutto salutari per una serie di conseguenze a carico di organi diversi. tra i quali anzitutto i reni. Ma le diete iperproteiche, soprattutto se le fonti delle proteine dovessero essere di origine animale, sono anche in grado di determinare un aumento dei livelli di colesterolo nel sangue con tutte le conseguenze che, soprattutto sull’apparato cardiovascolare, possono da questo derivare.

Un ulteriore elemento da considerare, sulla scorta di evidenze sempre più numerose, è che una dieta ricca in grassi ma soprattutto in proteine animali, finisce per selezionare, nell’intestino di chi la segue, famiglie di batteri (soprattutto Bacteroidetes e Proteobacteria) tendenzialmente infiammatorie. Per quanto normale possa essere la presenza di queste specie microbiche nell’intestino dell’uomo, una loro particolare abbondanza genera uno squilibrio tale da incrementare il rischio di patologie intestinali ed extraintestinali ad evoluzione cronica. È questo un argomento che non può più essere sottostimato e che, proprio in ragione delle sue conseguenze sistemiche, dovrà sempre essere considerato con attenzione e competenza nel momento in cui venga impostato un qualunque regime dietetico.

Ci possono essere correlazioni tra diete dimagranti e disturbi del comportamento alimentare, tipo BED, Bulimia, Anoressia?

Purtroppo, spesso, a causare i disturbi del comportamento alimentare sono proprio le diete ipocaloriche. Il forte desiderio di raggiungere a tutti i costi un peso ideale si trasforma in un’ossessione: seguendo una dieta restrittiva il soggetto perde peso, quindi nella sua mente prende piede il pensiero che introducendo ancora meno calorie, il peso si possa ridurre ancora più velocemente.

Inoltre, tutti i “rinforzi positivi” ottenuti da soggetti terzi che dovessero complimentarsi per i risultati ottenuti in termini di perdita peso, fanno vedere la magrezza di chi è in dieta come una vittoria.

È possibile il paradosso che più diete si fanno e più si fa fatica a perdere peso? Ed eventualmente cos’è che genera questo paradosso?

Sì, è possibile soprattutto se si ricorre a diete inadeguate che, a causa dell’esclusione o della riduzione di alcuni tipi di alimenti, possono risultare sbilanciate nella loro composizione creando eccessi o carenze di alcuni nutrienti rispetto ad altri con relativo danno alla salute.

Come già anticipato, questo squilibrio induce il nostro corpo a trattenere il più possibile le riserve di grasso, come se fossimo nel mezzo di una “carestia”; si riducono i consumi, per paura di rimanere senza scorte; ci si sente sempre più affaticati e assonnati; aumenta il catabolismo proteico, cioè l’impoverimento della massa muscolare, piuttosto che della massa grassa. Ciò, oltre a provocare un blocco nel dimagrimento, porta a riprendere subito peso quando si interrompe il percorso dimagrante.

La dieta da seguire deve apportare ogni giorno la giusta quantità di carboidrati (che danno l’energia necessaria alle attività), proteine (che servono a costruire e rigenerare le cellule) e grassi (indispensabili per molte funzioni metaboliche); deve essere elaborata in base al fabbisogno calorico del soggetto, in base all’età, al sesso e allo stile di vita che segue. Per questo motivo una dieta, per essere valida, deve prima di tutto essere personalizzata.

Euforia, irritabilità, disturbi del sonno, instabilità dell’umore, sono sensazioni spesso riferite da soggetti in dieta dimagrante. Ci sono strategie di contenimento di queste percezioni che spesso sanciscono un fallimento dietetico? E quanto può essere vantaggioso in termini di salute complessiva dimagrire, ingrassare, dimagrire di nuovo, poi recuperare… e così via?

Sono tante le strategie contenitive delle percezioni che si possono elaborare: nessuna è migliore dell’altra e nessuna è valida in assoluto, ma ognuno dovrebbe seguirne quella più adatta.

Un percorso nutrizionale è adatto al soggetto quando questo riesce a seguirlo per il tempo necessario a raggiungere l’obiettivo ponderale fissato, per cui la validità dello stesso non si basa solo su calcoli calorici e nutrizionali, ma anche sull’adattabilità alle esigenze personali di chi lo deve seguire.

È importante, inoltre, ricordare che non bisogna guardare alla dieta come all’unico cambiamento da apportare per raggiungere uno stato di benessere: se si vuole far durare nel tempo quei risultati è necessario praticare in maniera costante attività fisica, ridurre gli eccessi e vivere senza stress o con il minore stress possibile.

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