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Sindrome da stanchezza cronica e CoViD: C’è correlazione?

Sindrome da stanchezza cronica e CoViD: C’è correlazione?

Il decimo numero di Risposta ImmunITALIA, la rubrica settimanale in cui il prof. Minelli risponde alle domande dei pazienti, è dedicato alla “Sindrome da Fatica Cronica” e alle possibili correlazioni con l’infezione da Coronavirus.

“Dottore, sono ormai diversi anni che non riesco più a sostenere una vita sociale, e ogni anno che passa è sempre peggio. La mia è una malattia devastante, che mi comporta un’insopportabile fatica accompagnata da tanti altri sintomi che non migliorano con il riposo. Mi può aiutare a capire di cosa si tratta?”

Dalla breve descrizione sembrerebbe il quadro di una Sindrome da Fatica Cronica (Cronic Fatigue Syndrome: CFS), patologia complessa indicata anche col nome di Encefalomielite Mialgica e clinicamente caratterizzata da fatica estrema, turbe del sonno, disfunzioni del sistema nervoso autonomo, dolore e altri sintomi che sono generalmente peggiorati da uno sforzo di qualsiasi tipo. Principale elemento caratterizzante la CFS è una notevole riduzione dei livelli di attività dei pazienti che ne risultano colpiti rispetto a quello che potevano sostenere prima di ammalarsi. Oltre al grave affaticamento, gli altri sintomi includono frequentemente dolori muscolari, problemi di memoria o di concentrazione mentale, cambiamenti rapidi ed inspiegabili del tono dell’umore, malessere generale.

La CFS è stata riscontrata in tutto il mondo e colpisce soprattutto individui giovani o di mezza età, ma può presentarsi anche in bambini e adolescenti; è più frequente nelle donne rispetto agli uomini; raramente si presenta in soggetti di età avanzata.

“Ma è davvero così inspiegabile l’origine della Sindrome da Fatica Cronica? Io stavo bene, fino a qualche anno fa non avevo nessuna pre-condizione che potesse poi giustificare la comparsa di questa malattia così invalidante. Com’è possibile che sia comparsa e si sia sviluppata in maniera così devastante?”

La risposta a questo quesito è tutt’altro che facile, visto che al momento non è ancora stato identificato un fattore scatenante certo. Le cause ipotizzate spaziano dalle infezioni virali e fino allo stress psicologico e sembrano implicare una profonda disregolazione del sistema nervoso centrale e del sistema immunitario, una disfunzione del metabolismo e perfino anomalie cardiovascolari.

Più in particolare, tra i possibili meccanismi generatori di questa patologia, si è pensato:

– ad un’ipotesi infettiva, visto che in una parte dei pazienti si riscontra una pregressa infezione prodotta dal virus della mononucleosi infettiva con un alto livello di anticorpi IgG. Ma potrebbero entrare in gioco anche infezioni da streptococco β emolitico di gruppo A o una disbiosi da alterata composizione quali-quantitativa della flora batterica intestinale;

– ad un’ipotesi immunologica correlata ad una produzione alterata o scoordinata, in questi pazienti, di alcuni mediatori dell’infiammazione (citochine pro-infiammatorie); oppure ad una riduzione numerica o ad una diminuita attività funzionale dei linfociti T “Natural Killer”, una classe di cellule deputate al controllo delle infezioni virali. Si è, dunque, supposto che la disfunzione di queste cellule possa provocare, nei soggetti con CFS, la cronicizzazione di un’infezione virale ad esempio da Epstein Barr Virus;

– ad un’ipotesi neurologica correlata ad un interessamento dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene che potrebbe compromettere la sintesi e la secrezione di cortisolo, a sua volta capace di influire sulle attività del sistema immunitario e di altri sistemi dell’organismo. E nella CFS la sintesi di cortisolo risulta inferiore alla norma, per quanto la sua somministrazione risulti inefficace come terapia per la Sindrome da Fatica Cronica.

– ad un’ipotesi tossicologica, secondo cui uno stress ossidativo causato principalmente dalla disregolazione del sistema ossido nitrico/perossinitrito con aumento dell’ossido nitrico (NO) potrebbe svolgere un ruolo importante nella origine della Sindrome da Fatica Cronica.

Non è da escludere affatto l’idea che all’insorgenza della Sindrome da Fatica Cronica possano concorrere insieme più di una delle ipotesi patogenetiche menzionate.

“Come si può fare diagnosi di Sindrome da Fatica Cronica?”

La corretta impostazione di una diagnosi di Sindrome da Fatica Cronica poggia su alcuni imprescindibili criteri, distinti in “maggiori” e “minori”.

Appartengono ai criteri maggiori:

– stanchezza, che deve essere debilitante e persistere da almeno sei mesi, che non si risolve con il riposo a letto
e risulta così grave da ridurre di oltre il 50% le abituali attività fisiche del paziente;

– esclusione di una qualsiasi condizione patologica che possa essere responsabile di una sintomatologia simile a quella della Sindrome da Fatica Cronica, mediante una valutazione molto accurata basata sulla scrupolosa analisi della storia del paziente, sull’esame clinico e sulla valutazione di appropriati test di laboratorio.

Ci sono, poi i criteri minori. Di questi devono esserne presenti almeno quattro contemporaneamente e persistere o ricorrere da almeno sei mesi:

  • disturbi della memoria e della concentrazione tali da compromettere significativamente i precedenti livelli di attività occupazionale e personale;
  • faringite;
  • coinvolgimento doloroso delle stazioni linfonodali cervicali e ascellari;
  • dolori muscolari e delle articolazioni senza infiammazioni o rigonfiamento delle stesse;
  • cefalea, generalmente di tipo insolito rispetto a quella eventualmente presente in passato;
  • sonno non ristoratore;
  • debolezza post-esercizio fisico, che perdura per almeno 24 ore

“Che esami posso fare per accertarmi di essere affetta da Sindrome da Fatica Cronica? Il mio medico dice che non esistono analisi specifiche? E’ possibile che nessuno mi sappia aiutare per arrivare ad una conclusione?”

Quello che il suo medico le riferisce è parzialmente vero, visto che non risulta siano al momento disponibili marcatori biologici o esami di laboratorio che riescano ad identificare con precisione la Sindrome da Fatica Cronica (CFS), per cui la diagnosi solitamente la si fa valutando i sintomi descritti dal paziente ed escludendo altre patologie che potrebbero manifestarsi con sintomi similari. Tuttavia, di recente qualcosa sembra muoversi: uno studio della Cornell University pubblicato sulla rivista scientifica Microbiome ha rilevato alcuni marcatori biologici associati alla malattia derivanti dai batteri del microbiota intestinale, oltre ad un aumento dei livelli nel sangue e nelle urine di agenti infiammatori sempre di derivazione microbici [I-FABP (intestinal fatty acid-binding protein), LPS (lipopolysaccharide), LPS-binding protein,  sCD14 (soluble CD14) e proteina C reattiva.

Tra l’altro, il sequenziamento del DNA presente nelle feci allo scopo di identificare le specie batteriche del microbiota e la sua composizione ha messo in evidenza rilevanti differenze tra la composizione microbica intestinale dei pazienti con CFS e quella dei soggetti sani. In effetti, nella CFS si registra una riduzione del numero totale delle specie batteriche e, soprattutto, una particolare riduzione di quantità e varietà dei batteri appartenenti alla famiglia “firmicutes” e di altre specie antinfiammatorie con notevole aumento, invece, dei microrganismi dotati di attività pro-infiammatoria. Pertanto, sarebbe possibile diagnosticare correttamente la CFS nell’83% di pazienti esaminati, mediante l’analisi di campioni di feci, sangue e urine. Pur sottolineando che non esiste alcuna prova se il microbiota alterato possa rappresentare una causa o una conseguenza della malattia, si può ipotizzare che un’alterazione della flora batterica intestinale possa contribuire, almeno in parte, alla insorgenza della sindrome, o quanto meno alla sua sintomatologia, in quanto capace di produrre danni dell’epitelio intestinale, con conseguente compromissione della permeabilità causa primaria di processi infiammatori sistemici.

“Dottore, tutti ci hanno parlato dell’esordio e della fase acuta dell’infezione da nuovo Coronavirus. Ma quali sono i sintomi che più frequentemente possono restare nelle persone che sono guarite dalla CoViD-19? Sono da temere?”

Si chiama Sindrome del Post-Covid ovvero “Long Covid”. Si tratta di una particolare condizione nella quale risultano essere coinvolti soggetti che, originariamente infettati dal SARS Cov-2, hanno superato la fase critica ma, differentemente da quel che accade nella maggioranza dei casi, non sono del tutto guariti.

I primi riscontri ufficiali, già pubblicati al termine dell’estate 2020, raccontavano di un quadro clinico in molti casi invalidante caratterizzato da dolori articolari e muscolari, battiti cardiaci e pressione arteriosa irregolari, inappetenza, dimagrimento, ma soprattutto da forte affaticamento fisico e abbattimento psicologico. Sintomi, questi ultimi, piuttosto tipici di un’altra patologia, la Sickness Behavior (“malattia comportamentale”) principalmente caratterizzata da una sostanziale riduzione dei livelli di attività, scarso interesse per l’ambiente, inappetenza, astenia e facile affaticabilità, frequente confusione mentale, insonnia, turbe di memoria, aumentata sensibilità al dolore.

Data la sovrapponibilità dei quadri sintomatologici, si potrebbe anche ipotizzare un’origine comune tra Sickness Behavior e Sindrome del Post-Covid, anche in ragione del fatto che la Sickness Behavior sembra essere più frequentemente indotta da infezioni acute ed è sostenuta da una “tempesta citochinica” che riporta ai primi approcci immunologici alla CoViD-19. È possibile che un fattore scatenante, eventualmente infettivo, in un soggetto predisposto (per un difetto del sistema immunitario), provochi un’irregolare produzione di queste citochine. Che, a loro volta, agendo sul sistema nervoso ma poi anche più diffusamente nell’organismo, possono provocare un quadro sintomatologico caratterizzato da stanchezza, malessere, marcata sensibilità al dolore, disturbi gastrointestinali, anoressia, perdita di peso, turbe del sonno e dell’umore, “annebbiamento mentale”.

C’è anche chi ha associato la Sindrome del Post-Covid alla più famosa Sindrome da Fatica Cronica (CFS). Ma a ben guardare, piuttosto che con la CFS nella quale i fattori scatenanti sono molto poco definiti e includono infezioni acute ma anche croniche, malattie infiammatorie o autoimmuni, più credibile appare oggettivamente la correlazione del Long Covid con la Sickness Behavior che, invece, sembra essere molto più collegata ad infezioni acute come può essere, appunto, quella generata dal SARS Cov-2.

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