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Le allergie di stagione: prepariamoci alla primavera

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Le allergie di stagione: prepariamoci alla primavera

L’arrivo della bella stagione comporta per molte persone l’acuirsi dei disturbi legati alle allergie stagionali. Il numero 46 di Risposta ImmunITALIA, la rubrica settimanale in cui il prof. Minelli risponde alle domande dei pazienti, è dedicato alla spiegazione delle differenze tra allergia e atopia, con un focus sui nuovi metodi di diagnosi e cura, sempre più orientati verso la “medicina di precisione”.

Accade che si parli a volte di “allergia” e altre volte di “atopìa” nella descrizione di reazioni avverse del nostro organismo a sostanze estranee. La domanda è: allergia e atopìa sono la stessa cosa? E se sono diverse, in cosa si differenziano?

No, non sono la stessa cosa: “atopìa” (dal greco ἀτοπία, cioè “fuori posto”) non è sinonimo di “allergia”.
L’allergia include ogni reazione esagerata ed eccessiva del sistema immunitario contro un antìgene, cioè contro un agente estraneo all’organismo, indipendentemente dal meccanismo attraverso il quale si attiva la reazione orchestrata dal sistema immunitario.

L’atopìa, invece, consiste in una predisposizione genetica a sviluppare esagerate risposte immunitarie esclusivamente mediate da anticorpi IgE e, di conseguenza, a sviluppare tipiche manifestazioni cliniche come l’asma, la rinite, la congiuntivite, la dermatite detta appunto “atopica”.
I geni coinvolti nell’atopìa sono numerosi e possono variare non solo da soggetto a soggetto, per cui si parla di eterogeneità genetica, ma anche essere diversi a seconda delle etnie e perfino a seconda dell’ambiente.

Quali caratteristiche hanno le reazioni atopiche?

Dalla dermatite all’asma, alla rinite, alla congiuntivite, tutti i quadri patologici inclusi nella “sindrome atopica” sono causati da una reazione di ipersensibilità di tipo 1°. In estrema sintesi, quel che in questi casi accade è che quando l’organismo di un soggetto predisposto viene esposto a un allergene (pollini, peli e forfore di animali, acari della polvere, alcuni alimenti o loro frazioni antigeniche), il contatto con quest’ultimo, che può verificarsi per via respiratoria, cutanea oppure orale o intestinale, genera una produzione incontrollata di IgE.

Il legame dell’allergene con le molecole di IgE, a loro volta saldamente fissate su specifici “recettori ad alta affinità” presenti su basofili e mastociti, provoca l’attivazione e il rilascio, da parte di tali cellule, di istamina e altri mediatori dell’infiammazione allergica. Saranno questi mediatori i responsabili della sintomatologia clinica nell’organo o apparato nel quale si è verificata la reazione IgE-mediata.

Allergie stagionali: qual è la situazione attuale in termini di diffusione del fenomeno? E quali le cause?

Se parliamo di allergie stagionali ci riferiamo, classicamente, a patologie respiratorie come riniti, congiuntivi, asma, tosse subentrante magari associata a respiro sibilante, possibile affanno e fame d’aria. Si tratta di patologie che hanno indubbiamente un forte impatto sulla popolazione considerando che, secondo un’indagine condotta qualche anno fa da Assosalute (Associazione nazionale farmaci di automedicazione), in Italia circa il 40% della popolazione soffrirebbe di allergie respiratorie, con un trend in aumento costante.

D’altro canto specifiche proiezioni epidemiologiche avviate già nel 2006 e attestanti, all’epoca, una incidenza di allergopatie respiratorie stimata al 30% della popolazione, ne prevedevano un potenziale incremento del 5% ogni 5 anni. Dati, questi, che non possono essere sottostimati e che inevitabilmente portano a correlare l’esponenziale incremento di tali patologie all’influenza, rispetto a una base di suscettibilità genetica, di una serie di fattori predisponenti, quali inquinamento dell’atmosfera, una presenza massiva di allergeni e perfino l’eccesso d’igiene.

Cosa è cambiato nella gestione clinica delle malattie allergiche?

Per quel che riguarda i presidi terapeutici di base a supporto delle allergopatie più comuni, come la rinite o la congiuntivite, non ci sono grandi novità farmacologiche. È però disponibile un consistente potenziamento delle pratiche diagnostiche che può, a sua volta, consentire di prescrivere correttamente, per ciascun paziente, la terapia immunologica specifica, già impropriamente nota come “vaccino”.

In effetti, gli avanzamenti offerti dalla “diagnostica molecolare” permettono di identificare la porzione dell’allergene realmente in grado di determinare in ogni soggetto allergico l’insorgenza dei sintomi. Come dire che nel “contenitore” polline esistono delle frazioni antigeniche oramai ben documentabili, effettivamente responsabili delle problematiche cliniche riconducibili all’allergia. Questo consente al medico specialista di prevedere, coerentemente con le sensibilizzazioni rilevate nel singolo paziente, una immunoterapia specifica “di precisione” e, dunque, in formulazione e composizione assolutamente personalizzate.

Lei parla di rinite e di congiuntivite. Ma nelle forme più severe, come ad esempio l’asma o la dermatite atopica persistente, ci sono trattamenti più innovativi o selettivi rispetto al passato?

Certo. Qui il campo d’azione sembra essere in costante evoluzione. Al di là dei trattamenti inalatori con gli appositi erogatori, pure questi da personalizzare visto che, in un’ampia percentuali di casi, le somministrazioni degli spray risultano praticate dai pazienti in modo non corretto, nelle forme di asma grave sono disponibili degli anticorpi monoclonali, come l’omalizumab o il più recente mepolizumab, specificamente orientati contro bersagli sensibili variamente responsabili delle manifestazioni allergiche respiratorie con particolare riferimento, per quel che attiene al mepolizumab, alle forme gravi sostenute da infiammazioni eosinofile.

Anche per il trattamento della dermatite atopica è stato recentemente messo a punto il dupilumab, un ulteriore farmaco biologico utilizzabile in pazienti adulti con eczema atopico moderato-grave, non responsivo ai classici trattamenti topici con creme, unguenti o pomate. Dunque l’attuale armamentario farmacologico può contare su una gamma di farmaci “biologici” utili a controllare la sintomatologia delle manifestazioni cliniche dell’atopìa.

E la presa in carico del paziente allergico ha potuto giovarsi di nuove procedure?

Per i soggetti con presumibile storia di allergia, i test cutanei tradizionali – le cosiddette prove allergiche – restano certamente la base da cui partire. A questo si è progressivamente ed efficacemente aggiunta la diagnostica molecolare che, come già detto, contribuisce a definire la sensibilizzazione esatta del paziente rispetto ad altre eventuali frazioni potenzialmente confondenti contenute nello stesso “macroantigene” pollinico.

Tutto ciò favorisce e permette l’adozione di misure preventive e di trattamenti terapeutici “di precisione” che, oggi molto più di ieri, possono consentire al paziente una progressiva stabilizzazione, tanto più valida ed efficace sul versante clinico quanto più supportata da un convinto atteggiamento partecipativo dello stesso paziente correttamente informato del fatto che ogni reazione allergica è, a tutti gli effetti, una reazione infiammatoria potenzialmente evolutiva.

Ritorna molto spesso nei suoi interventi il tema della personalizzazione dei percorsi di diagnosi e di terapia. Quanto è possibile, oggi, l’attuazione concreta di questi protocolli?

Ho sempre sostenuto con convinzione la tesi che la medicina, tanto più nell’era della precision medicine, debba includere, all’interno delle proprie dinamiche ordinarie, i fondamenti e le prassi della biologia molecolare, cioè di quella disciplina che studia e analizza nel dettaglio i meccanismi di funzionamento dei sistemi biologici. Questo è esattamente ciò che presso le sedi del network Polismail facciamo ormai da anni.

D’altro canto, nell’interazione quotidiana con i propri pazienti, ogni medico si accorge dell’eventuale comparsa e, semmai, dell’evoluzione di una certa fenomenologia clinica che può essere, ad esempio, la modificazione di un organo o di un tessuto magari legata all’invecchiamento o, comunque, la comparsa di un qualcosa che non va. Dietro a questi eventi che il medico constata e accerta con procedure e tecniche sempre più raffinate, ci sono evidentemente dei meccanismi che, man mano che si conoscono, permettono poi di governare l’evento. Come dire che conoscere il funzionamento dei sistemi biologici può far comprendere al medico che a quelle procedure si ispira nel proprio lavoro, le ragioni per le quali quei sistemi si son guastati, oppure può consentire allo stesso medico di prevenirne un malfunzionamento.



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