26 Ott Sotto lo stesso cielo: il costo della vita e la misura del limite
Torni a casa dopo una settimana intensa di lavoro in clinica, ti fermi al distributore fuori dall’autostrada (nell’intento di risparmiare qualche centesimo) e resti a guardare quel display che, per il gasolio, ha raggiunto oramai i 2,25 euro al litro. Fai i conti con la matematica impietosa del cruscotto, mentre ripensi a quella famosa sceneggiata di qualche anno fa: un numero d’arte drammatica così ben riuscito da restare impresso nella memoria collettiva.
Lo ricorderai certamente anche tu: era uno sketch nel quale si denunciava, con tanto di mariuolo mascherato, il prelievo fiscale abbinato al pagamento del carburante, etichettandolo come un furto inaccettabile. Una rappresentazione brillante, a suo modo perfetta, se non fosse che – passata la scena e cambiate le poltrone – quel peso è rimasto esattamente lì, intatto, sulle spalle di chi viaggia e lavora.
Ma osservando quel contatore che gira, il pensiero inevitabilmente si allarga, uscendo dalla bolla dell’auto per incontrare la misura di un disagio che attraversa la comunità intera. È il disagio del pensionato e dell’operaio che stringono i denti sulla spesa di ogni giorno, che sperano fortemente di non ammalarsi mai perché varcare la soglia di una farmacia oggi costa decine di euro, così come prenotare un esame di controllo è un lusso da dosare con attenta parsimonia. È il disagio della famiglia che prova a sostenere un figlio negli studi universitari, scoprendo che la cultura e il futuro sono diventati in un’impresa economicamente insostenibile.
E in questa geografia della fatica quotidiana si incontrano i frammenti di un malessere più vasto: da un lato gli autotrasportatori costretti a ripetere che oltre un certo limite la corda semplicemente si spezza; dall’altro, le piazze animate dai giovani, quelli indistintamente liquidati come “delinquenti” e malamente trattati dal solone di turno che, dall’alto della sua untuosa referenzialità, si esalta nell’impartire una paternale tanto volgare quanto stantia, bollando come “impreparate” le nuove generazioni che non si allineano al nero della sua viscida casacca. Alla fine, che si osservi un distributore di benzina, una corsia d’ospedale o le difficoltà di una famiglia, la sensazione è che ciò che tutti stiamo patendo sia il frutto di scelte distanti dalla realtà, compiute da pochissimi sul destino dei tanti, tantissimi.
E mentre tutto questo accade, credendoci liberi sui nostri social, noi – base elettorale di peones creduloni – ci impelaghiamo in competizioni rissose, talvolta volgari e selvagge, pronti a inseguire e a cavalcare la polemica mediatica del giorno, e proprio non riuscendo a convincerci che fare il tifo per questo o per quel personaggio non porta nulla al tifoso, ma offre al “tifato” la formula magica per autoperpetuarsi ad imperitura memoria. Fare il tifo per chi decide delle nostre vite non abbassa il prezzo alla pompa né ripara le ferite di una sanità e di una scuola al collasso.
Prima di scaldarci in schermaglie da retrovia, faremmo bene a ricordarci che sotto lo stesso cielo, prima ancora che tifosi da monetizzare, ci sono persone, famiglie e lavoratori che chiedono semplicemente di non essere lasciati soli con il peso delle scelte altrui.

