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In nome di San Paolo: il tarantismo, fra rito liberatorio e psicopatologia

In nome di San Paolo: il Tarantismo

In nome di San Paolo: il tarantismo, fra rito liberatorio e psicopatologia

In medicina, come in altre attività dell’uomo, qual è il confine tra la conoscenza teorica degli accademici e la conoscenza sperimentale degli “uomini di trincea”? Dove finisce la medicina ufficiale, quella dell’evidence based e delle linee guida?… e dove inizia la pratica medica empirica e popolare? E come la suggestione, il disagio, la soccombenza possono diventare patologia? Come può accadere che un evento tossico, un avvelenamento, possa diventare malattia melanconica?

C’è un fenomeno, le cui vestigia sono arrivate fino a noi, che sembra racchiudere in sé gli aspetti medici, biologici, etnologici, sociali di queste contraddizioni. Una sorta di intrigante miscuglio nel quale il pregiudizio popolare, i fantomatici effetti del veleno di un ragno, la superstizione che diventa espressione religiosa dei ceti subalterni, acquisiscono le caratteristiche di una narrazione storica che travalica i temi della tossicologia, della fisiologia, della neurologia, per diventare dibattito sociologico, antropologico, medico.

E d’altro canto, se è vero che la medicina consiste in un qualsiasi atto o procedimento finalizzato all’allontanamento di un qualunque elemento che turbi lo stato di salute, allora si può affermare con certezza che l’origine di questa scienza coincida con l’origine stessa dell’uomo e che sia strettamente legata a risvolti di carattere filosofico, etnologico, religioso. Non a caso, nelle varie fasi di sviluppo della medicina primordiale, gli storici della medicina considerano una fase magico-demoniaca, forse la forma più antica di medicina, basata sul presupposto che le malattie abbiano un’origine magica e vadano curate con amuleti, talismani e riti magici, e una fase teistica che, riconoscendo le malattie come flagelli mandati dagli dei per punire gli uomini, individua in preghiere e riti religiosi gli strumenti più idonei a raggiungere ed ottenere la guarigione.

È su questi presupposti che, ancora oggi, si basano i fondamenti di alcune ricorrenze storicamente sospese tra la religione, il folklore e la biomedicina; tra il dogma scientifico ed il significato rituale delle pratiche e degli antichi saperi popolari. Un esempio calzante a queste premesse, ancora oggi fortemente radicato nelle sue rappresentazioni più scenografiche, è quello del tarantismo, fenomeno culturale e sociale profondamente legato alla figura di San Paolo che la Chiesa festeggia il 29 giugno.  E proprio grazie a lui che la tradizione cattolica è subentrata ad un culto pagano carico di superstizioni.

Racconta la leggenda che, durante un suo viaggio in Italia, il santo sia stato ospite, nel Salento, di una famiglia di Galatina (LE) che, come segno di ringraziamento per l’ospitalità, avrebbe ricevuto la grazia dell’immunità dal temibile morso della tarantola, un ragno velenoso capace di intossicare la propria vittima inducendola a crisi convulsive, simili a quelle epilettiche. La benevolenza, in realtà, fu estesa a tutti i Galatinesi che, in onore del Santo, costruirono una cappella presso la quale i tarantati dovevano recarsi per essere guariti dagli effetti del morso velenoso. Ma il miracolo della guarigione poteva anche verificarsi a distanza, propiziato, oltre che dalle preghiere degli astanti, anche e soprattutto dagli effetti di una terapia coreutico-musicale guidata dal ritmo vigoroso ed incalzante del tamburello.

Siamo ai confini – ma questa non è affatto una novità – tra antiche festività pagane e tradizione cattolica; tra una ritualità dai significati antropologici complessi e una psicopatologia che i neuropsichiatri hanno collocato in un “habitus” isterico. Siamo, però, anche al racconto di una storia che non può, né deve essere negata in quanto radicata nella tradizione della nostra terra.

Focus sull’argomento, nella prima puntata di “Igea Estate”, il rapporto esistente nella tradizione contadina tra le malattie ed i santi.

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