23 Mar Epatite in Campania: tra memoria storica e attualità epidemiologica
L’ultimo grande contagio registrato nell’area metropolitana di Napoli risale al biennio 1996-1997, quando un’imponente epidemia di Epatite A colpì la Campania e la Puglia con oltre 11.000 casi. Quell’evento segnò profondamente la sanità pubblica italiana, imponendo nuovi standard di vigilanza.
Oggi, i dati ufficiali delineano uno scenario che, pur non raggiungendo i numeri del passato, presenta indici di crescita piuttosto preoccupanti. Nel territorio della ASL “Napoli 1 Centro”, dall’inizio dell’anno sono stati accertati 65 contagi, un numero che nasconde un’accelerazione verticale: dai soli 3 casi di gennaio si è passati ai 43 registrati nelle prime tre settimane di marzo.
Siamo di fronte a un’anomalia epidemiologica severa: le segnalazioni sono dieci volte superiori alla media dell’ultimo decennio e addirittura 41 volte superiori rispetto alla media dell’ultimo triennio.
Questa recrudescenza del virus dell’epatite A – patologia a trasmissione oro fecale – ha spinto il Dipartimento di Prevenzione a dare l’allerta, portando il Sindaco di Napoli a firmare un’ordinanza restrittiva per rafforzare i controlli e la prevenzione lungo l’intera filiera dei molluschi bivalvi. Sebbene non si configuri l’emergenza di massa degli anni ’90, la rapidità del contagio richiede oggi il massimo rigore clinico e istituzionale.
Dinamiche di trasmissione: perché proprio i molluschi?
Il virus dell’Epatite A (HAV) è un patogeno estremamente resistente che si trasmette per via oro fecale. Il veicolo d’elezione nel nostro territorio rimane il consumo di frutti di mare crudi o poco cotti, come cozze e vongole. Questi organismi agiscono come veri e propri “filtri” naturali. Nutrendosi, infatti, essi concentrano nei loro tessuti i virus presenti nelle acque costiere, qualora queste siano contaminate da scarichi non perfettamente depurati. Ingerirli crudi significa introdurre nel nostro organismo una carica virale che il sistema gastrico non sempre riesce a neutralizzare. Anche l’acqua non potabile o vegetali lavati male possono essere veicoli, ma la “tradizione del crudo” resta il fattore di rischio principale, per la verità non solo a Napoli e in Campania.
Sintomi: come si manifesta l’infezione
L’Epatite A è una malattia insidiosa perché ha un lungo periodo di silenziosa “incubazione”, che va dai 15 ai 50 giorni. Durante questo tempo, il soggetto è già contagioso ma non sa di essere malato.
I sintomi iniziali sono spesso aspecifici: una profonda stanchezza, nausea, inappetenza e un senso di malessere generale che può essere scambiato per una banale influenza. La diagnosi clinica diventa evidente quando compare l’ittero, ovvero la colorazione giallastra della pelle e del bianco degli occhi, segno che il fegato è in sofferenza acuta. Altri campanelli d’allarme sono le urine molto scure (simili al tè o al Marsala) e le feci che diventano improvvisamente chiare.
Conseguenze cliniche: il fegato sotto attacco
Nell’immediato, il virus scatena un’epatite acuta. Per la maggior parte dei pazienti, il decorso è benigno e il fegato recupera pienamente le sue funzioni in poche settimane. Tuttavia, negli adulti e nei soggetti con patologie epatiche pregresse, il rischio è l’epatite fulminante: una distruzione massiva del tessuto epatico che può portare a conseguenze gravissime. Una nota rassicurante: a differenza delle epatiti B o C, il virus HAV non cronicizza mai. Una volta superata la fase acuta, il paziente guarisce completamente e acquisisce un’immunità permanente che lo proteggerà per il resto della vita.
Prevenzione e cura: le “regole d’oro”
La cura dell’Epatite A è basata esclusivamente su riposo, idratazione e dieta bilanciata. Non disponendo di una terapia antivirale specifica, l’unica vera arma è la prevenzione.
- La cottura è sovrana: Il virus HAV è termoresistente. Non basta che la cozza “si apra” in padella; per inattivare il virus è necessaria una temperatura di almeno 85°C mantenuta per almeno un minuto.
- Il limone, contrariamente alle credenze popolari, non ha alcun potere disinfettante contro l’epatite.
- La barriera del vaccino: esiste un vaccino sicuro ed estremamente efficace. Rappresenta la profilassi d’elezione per i contatti stretti dei malati e per chi vuole azzerare il rischio di contagio.
- Igiene e controllo: lavare sempre le mani dopo l’uso dei servizi igienici e prima di manipolare alimenti, e attenersi rigorosamente alle ordinanze comunali che vietano il consumo di mitili crudi nei locali pubblici.
La storia ci insegna che la prevenzione non è solo una scelta individuale, ma un atto di responsabilità collettiva.

