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La misura infranta dell’umanità

La misura infranta dell’umanità

La misura infranta dell’umanità

Riflessioni sulla tragedia di Abderrahim Fakir tra etica della cura e rispetto della vita

C’è una memoria che, in questi giorni, torna a trovarmi con insistente pertinenza. Risale ai miei primi anni di frequentazione dei reparti e, più in particolare, ai turni di formazione in terapia intensiva nei vecchi padiglioni del Policlinico di Bari. Ricordo la tensione costante, quasi sacra, di quelle ore: l’attenzione preoccupata per ogni singolo dettaglio, ogni parametro, ogni battito. Medici mobilitati per ore, per giorni, con un unico obiettivo: salvare ciò che c’era di salvabile. Aggrapparsi alla vita con un’ostinazione testarda, clinica, umana.

​Torna, oggi, quella memoria a descrivere il contrasto – etico ancor più che emotivo – tra la devozione quasi maniacale della terapia intensiva, dove si lotta per millimetri di saturazione, e la disinvoltura cieca con cui un respiro viene soffocato sull’asfalto.

Ci insegnano a curare. Ci chiedono di prestare un Giuramento che non parla solo di biologia, ma di rispetto, di empatia, di compassione verso chi soffre e verso chi gli sta accanto. Ci convincono che la Medicina è, per sua natura, una promessa solenne fatta alla vita.
E poi assisti a scene in cui la vita viene sacrificata in modo atroce, sotto il peso di un contenimento cieco, tra l’incapacità di gestire la fragilità o il disagio e la facilità con cui si ricorre agli spray urticanti, alla forza, alla pressione forsennata di un corpo sul catrame fino a far mancare l’aria. A chi chiedeva aiuto – anche se nel modo disordinato, caotico o disperato di chi si trova in stato di agitazione – si è finiti per restituire la morte.

​Per chi ha speso un’intera esistenza professionale a difendere il respiro altrui, quella che descrive la fine inumana di Abderrahim Fakir non è solo una cronaca drammatica. È un cortocircuito profondo. Una sensazione di sconforto che ti penetra nelle ossa. Una sconfitta ideale, morale, intima.

​Ci si affanna, spesso, ad invocare e pretendere il rispetto per i ruoli, per la divisa, per le procedure. Ma di fronte a una testa premuta contro il fondo stradale mentre i polmoni cedono, c’è da chiedersi: qual è il primo rispetto che deve interpellarci tutti, come uomini e come cittadini?
Nessuna procedura, nessun ordine e nessuna divisa dovrebbero mai far dimenticare che l’inviolabilità del corpo umano e della vita rimane il primo, supremo principio di civiltà. Quando la gestione dell’emergenza smette di proteggere e diventa causa di morte, non ha perso soltanto chi non c’è più. Abbiamo perso tutti.

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