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La dignità del non sapere e la certezza della ricerca

La dignità del non sapere e la certezza della ricerca

La dignità del non sapere e la certezza della ricerca

Esiste una grande dignità nel non sapere. La scienza stessa nasce dal riconoscimento dei propri limiti e dalla costante tensione a superarli. Esiste, tuttavia, un confine netto tra l’ignoranza consapevole – quella feconda, che si interroga, studia e ricerca – e la resistenza ostinata di chi confonde il proprio perimetro visivo con il confine del mondo.

Non posso scindere queste considerazioni dalla mia storia clinica e umana. Ci sono stati anni complessi, vissuti in prima linea tra scetticismo preconcetto, diffidenze e aperte ostilità, quando certe intuizioni pionieristiche sulle patologie complesse e sulle dinamiche immunitarie venivano guardate con sufficienza. Oggi che quelle stesse intuizioni sono patrimonio condiviso e pratica clinica consolidata, il tempo si è confermato galantuomo: la letteratura scientifica non attende il permesso di chi è rimasto indietro per continuare a progredire.

Di questi tempi la storia prova a ripetersi, con dinamiche analoghe, sul fronte del microbiota e della medicina di sistema. Di fronte a una mole imponente di evidenze, riaffiora talvolta la tentazione di liquidare la complessità come una scorciatoia o una moda passeggera. Non è la lentezza nell’aggiornamento ad animare queste mie riflessioni: ciascuno è libero di rimanere ancorato alle proprie certezze di ieri. Il problema sorge quando l’assenza di visione pretende di fare cattedra, disorientando chi cerca risposte concrete per la propria salute. Chi sceglie la retroguardia lo faccia almeno con il garbo del silenzio, senza trasformare il proprio immobilismo in rumore di fondo per chi è impegnato a costruire il futuro.

I riconoscimenti non servono a nutrire l’ego, ma ad attestare la solidità e la tenacia di una direzione intrapresa quando la strada non era ancora tracciata. Lunedì 12 ottobre sarò a Roma, nella Sala Zuccari del Senato della Repubblica, per ricevere il Gran Premio Internazionale Leone d’Oro.

Non si tratta di una medaglia da esibire, ma della dimostrazione che, mentre la miopia dei giudizi affrettati si consuma nel proprio recinto, il rigore della ricerca e la dedizione alla cura dei pazienti trovano il loro naturale compimento nei contesti istituzionali più alti.

A chi preferisce la comoda stasi del passato auguro una serena permanenza. A chi affronta la clinica con mente aperta e rispetto per la complessità, lascio l’impegno, la cura e la ferma determinazione di guardare sempre avanti.

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