28 Set Dopo l’ultima spiaggia
Per tre giorni ero rimasto immerso nelle diagnosi, nelle speranze sospese e nella sofferenza di un ambulatorio fuori sede. Tre giornate trascorse ad ascoltare storie dense di malattia e di solitudine, segnate dal solito, fragile ritornello: «Dottore, lei è l’ultima spiaggia». A rendere tutto ancora più faticoso era (e rimane!) la costante, snervante necessità di contenere racconti così complessi nei tempi contingentati di un’agenda programmata ad orologeria. Come se l’ansia, il dolore e la vita delle persone potessero essere standardizzate, inserite in caselle temporali tutte uguali.
E come sempre, a qualsiasi latitudine, quando si sta così a lungo a contatto con l’umanità sofferente, combattendo contro il tempo che scorre inesorabile, arriva un momento in cui si avverte il peso di una stanchezza profonda e il bisogno viscerale di fermarsi. Così, quasi per cercare un diversivo, durante il viaggio di ritorno verso casa ho scelto di non forzare la mano al navigatore, rinunciando alla frenesia di cercare a tutti i costi la strada più rapida. Ho semplicemente impostato la destinazione e mi sono affidato.
È stato così che ben presto la strada mi ha sorpreso, guidandomi all’interno di un viale silenzioso, custodito dall’abbraccio solenne di platani maestosi. Una vista di tale armonia da impormi di accostare, con il solo desiderio di lasciarmi avvolgere da quel paesaggio.
Gli alberi, alti e vicini, formavano un tetto rassicurante. Il loro giallo autunnale non parlava di una resa, ma di un declino sereno, custode della certezza intima che il verde tornerà sempre. In quel viale immobile ho ritrovato una profonda pacificazione, uno spazio di sosta fondamentale per far decantare la tensione accumulata e ritrovare, prima che altre storie analoghe si affaccino nella mia routine, energie che sembravano ormai prosciugate.
L’autunno ci insegna proprio questo: non si tratta di una fine, ma di un tempo di passaggio e di ascolto. È la stagione in cui la natura rallenta, spoglia il superfluo e custodisce la vita, ricordandoci che nessun ritmo artificiale può soffocare la naturale rinascita. Ritrovare il proprio passo, lasciarsi attraversare dalla bellezza e respirare questo tempo sospeso è il modo migliore per riaccendere la speranza e guardare, con rinnovato ed energico ottimismo, a tutti i cambiamenti che verranno.
Go!

