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Oltre la vertigine del nostro tempo. Il concetto dell’One Health sociale

Oltre la vertigine del nostro tempo. Il concetto dell’One Health sociale

Oltre la vertigine del nostro tempo. Il concetto dell’One Health sociale

Da medico, sono abituato a osservare i fenomeni biologici cercando le cause profonde dei sintomi. Oggi, tuttavia, guardando oltre le mura del mio ambulatorio e osservando il tessuto sociale che tutti noi abitiamo, avverto una sensazione che va oltre la sfera clinica: una sorta di stordimento, una vertigine incontrollata.

C’è chi, per dare risposte al disorientamento di questa epoca terremotata, sceglie di capovolgere la logica, cavalcando la rabbia, la divisione o la provocazione pura. È un meccanismo spregiudicato che funziona: fa vendere libri, fa fare clic, sposta consensi. Ma c’è una differenza profonda tra l’esasperare un mondo “alla rovescia” solo per solleticare il sottopancia della gente, e il lavorare ogni giorno per raddrizzarlo nei fatti.

Di fronte a questo scenario deprimente, l’errore imperdonabile sarebbe opporre il silenzio o rifugiarsi in formule astratte. È tempo, invece, di parlare a quello che Rousseau chiamava il “popolo istituito”. Esiste, infatti, una gran folla di cittadini, la maggioranza silenziosa, che avverte un bisogno concreto di sicurezza nella propria vita, sul lavoro, nelle strade, ma che non si riconosce affatto né nella giustizia fai-da-te del pistolero di turno, né nell’attesa messianica di una società perfetta. È necessario comprendere che esigere risposte ordinarie, reali e misurate non è una richiesta da porre “con il cappello in mano”, quasi si chiedesse l’elemosina, ma un sacrosanto diritto da pretendere.

La salute di una persona non è mai un fatto puramente biologico; è legata a doppio filo alla salute dell’ambiente e delle relazioni. È il principio di una “One Health” sociale, in cui il benessere del singolo non può prescindere da quello dell’ecosistema collettivo. Quando la complessità del mondo viene ridotta a slogan e l’egocentrismo digitale prevale sul senso di comunità, questo intero equilibrio si ammala.
L’unica alternativa reale, allora, è la concretezza della cura: opporre l’evidenza dei dati alle percezioni alterate, sostituire la cultura del nemico con la pratica dell’ascolto e tornare a occupare lo spazio pubblico non per cercare approvazione immediata, ma per offrire competenze.

Chi pensa che esporsi sia un rischio improprio per un medico dimentica che la medicina, così come ogni attività di alto profilo, è per sua natura un atto civile. Esprimere una visione e provare a ricomporre un quadro di civiltà non significa prendere una tessera di partito, né prestare il fianco a fazioni contrapposte. È un’attitudine che dovrebbe appartenere a tutti: opporre la responsabilità dei fatti alla demagogia delle parole per ricostruire un orizzonte condiviso, valido per la comunità a prescindere dalle colorazioni politiche.

E questo lavoro inizia ogni giorno, a porte aperte, nella società reale.

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