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Leccesette: “Dalla dieta vegetariana a quella senza glutine: gli effetti sull’organismo e la lotta al sovrappeso.” L’analisi di Mauro Minelli




data : 6 Agosto 2020

La dietetica è andata incontro, nel tempo, ad alterne vicende in termini di attenzioni scarse se non addirittura assenti, ma anche di estrema considerazione e di grande esaltazione come componente vitale capace di migliorare nell’uomo le complessive condizioni di salute. Quali sono attualmente le implicazione più nuove nel complicato rapporto “alimentazione – uomo”?   

Partirei in questa breve disamina di un discorso complesso ma anche affascinante e intrigante, dalla primaria e perfino elementare considerazione che la dieta è, per esempio, uno dei fattori più direttamente coinvolti nella genesi e soprattutto nella progressione dell’obesità. Ed in questo senso, volendo subito entrare nelle più innovative dinamiche del fenomeno, non si possono non evidenziare le sempre più numerose e qualificate referenze scientifiche che correlano l’azione della dieta al microbiota intestinale, la cui composizione ed attività metabolica risultano essere fortemente influenzate dalle “abitudini a tavola” dei diversi soggetti, modellandosi plasticamente in base agli eventuali cambiamenti dei profili alimentari già pochissimi giorni dopo l’eventuale inizio di un nuovo intervento dietetico.
Studi recenti e scientificamente accreditati dimostrano, inoltre, che schemi nutrizionali salutari e soprattutto in linea con una equilibrata composizione della flora batterica intestinale, esercitano un effetto benefico sullo sviluppo del diabete in soggetti obesi.

Ma questa benefica azione di reciproco supporto tra alimentazione e microbiota è sempre ugualmente valida per ogni tipo di regime dietetico che un soggetto decida di seguire, o subisce delle modificazioni in relazione a particolari variabili? 

Condizione primaria ed indispensabile perché il microbiota dell’uomo possa mantenere la giusta biodiversità e, dunque, la sua fisiologica funzione, è l’assunzione di una dieta equilibrata. D’altro canto, modelli dietetici diversi come la dieta occidentale, la dieta vegetariana, la dieta senza glutine o la dieta mediterranea sono in grado di agire con modalità diverse sulla composizione del microbiota intestinale con conseguenti ricadute sul metabolismo dell’ospite.

La dieta occidentale per esempio, essenzialmente caratterizzata da elevati apporti di grassi, di zuccheri e di sale, basso introito di fibre e abituale contenuto di calorie liquide come succhi di frutta industrializzati, bibite gassate e liquori, è altamente associata all’obesità e, più in generale, alle malattie metaboliche. Nello specifico, si è visto come essa sia in grado di promuovere l’infiammazione e modificare la composizione della flora intestinale dal profilo sano a quello obeso, riducendo, tra l’altro, il numero totale dei batteri e soprattutto le specie benefiche di Lactobacilli e Bifidobatteri nell’intestino.

D’altro canto, sul fronte diametralmente opposto, la dieta vegetariana e poi anche quella vegana, essenzialmente basandosi – spesso anche in maniera estrema – su alimenti vegetali, risultano particolarmente ricche di fibre ciò che favorisce la stabilità della popolazione microbica intestinale, aumenta il numero dei batteri lattici e riduce, per contro, il numero delle specie di Bacteroides. Più in particolare, alcuni riscontri già osservati e pubblicati nel 2014 rivelavano come il profilo vegano, in ragione della cospicua presenza in queste diete di polifenoli derivanti da tè, caffè, bacche, olive, carciofi, asparagi e altre verdure, fosse in grado non solo di aumentare l’abbondanza delle specie protettive del microbiota (Bifidobatteri e Lactobacilli) e di quelle che contribuiscono all’equilibrio metabolico ed energetico dell’ospite (Akkermansia muciniphila), ma anche di ridurre il numero di batteri come Escherichia coli ed Enterobacter cloacae produttori di lipopolisaccaridi, a loro volta in grado di indurre infiammazione.

Nella grande e variegata costellazione delle diete, oggi è molta di moda il pasto senza glutine, adottato, a proposito o a sproposito, da una fetta sempre più ampia di persone anche non celiache. Come ha reagito il microbiota a questa decisione a volte inutilmente ristretta e limitativa?

Beh!… in effetti la celiachia, molto prima dell’avvento numericamente più significativo della cosiddetta “Gluten Sensitivity” (condizione caratterizzata da sensibilità “non celiaca” al glutine), quanto meno ha chiarito gli effetti delle diete prive di glutine sul microbiota intestinale, indubbiamente modificando, insieme al profilo batterico complessivo, anche il metabolismo del soggetto interessato. Si è visto, infatti, che i regimi alimentari gluten free riducono l’abbondanza di batteri “amici” come Bifidobatteri, Lactobacilli, Ruminococcus bromii e Roseburia faecis, aumentando invece altra tipologia di batteri di segno opposto come Victivallaceae e Clostridiaceae.

Un cenno particolare meritano, poi, alcuni componenti ordinari della dieta rappresentati dai cosiddetti FODMaP (Fermentable Oligosaccharides, Disaccharides, Monosaccharides and Polyols), carboidrati fermentabili scarsamente digeribili, contenuti soprattutto (ma non esclusivamente) nella farina di frumento, in diversi tipi di frutta fresca e verdura, nella frutta secca, nel latte e derivati. Questi alimenti non sono affatto da considerare agenti responsabili di eventuali intolleranze e/o allergie da loro direttamente indotte, quanto piuttosto sostanze capaci di provocare disturbi di vario genere, per quanto prevalentemente intestinali, per il tramite di microrganismi fermentativi dei quali essi stessi costituiscono nutrimento preferenziale.
Pertanto, diete a basso contenuto di FODMAP sono prescritte su base clinica per ridurre disturbi come meteorismo e gonfiore, flatulenza, coliche, turbe digestive e reflusso. C’è da dire, però, che i FODMaP della dieta influiscono in modo significativo sulla diversità e sul metabolismo del microbiota intestinale, sicché diete a basso contenuto di FODMaP tendono a ridurre, insieme al numero di batteri coinvolti nella produzione di gas, la carica totale del microbiota intestinale con aumento relativo della sola famiglia degli actinobatteri.

Tra gli schemi dietetici da lei menzionati non figura la più nota e celebrata “Dieta Mediterranea” della quale, tra l’altro, ricorre quest’anno il decennale della proclamazione a “Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità”. Se una pratica alimentare viene iscritta nella lista Unesco evidentemente ci saranno sicuramente le giuste ragioni per ritenerla bene prezioso ed esclusivo…

Certamente! La dieta mediterranea, essenzialmente composta da verdure, legumi, olio d’oliva, pesce, cereali integrali e frutta, con un moderato apporto di carni bianche e un basso apporto di carne rossa e prodotti lattiero-caseari, è ben nota per essere uno dei modelli dietetici più sani. E d’altro canto, tanto per essere in linea con quanto già detto in tema di microbiota e abitudini alimentari, la popolazione batterica intestinale associata alla dieta mediterranea è risaputamente ricca in Lactobacilli, Bifidobacteri, Eubatteri, Prevotella, ma anche Faecalibacterium prausnitzii e Roseburia, microrganismi – gli ultimi due di più recente identificazione – strettamente associati alla prevenzione dell’obesità e al miglioramento dei livelli di colesterolo e trigliceridi. Senza contare il fatto che l’aderenza ai protocolli della dieta mediterranea comporta un abbassamento dei livelli di Clostridi capaci di provocare infiammazione, e una maggiore disponibilità di fibre alimentari e di acidi grassi polinsaturi.

A tal proposito ci sarebbe anche da considerare il percorso inverso e cioè quello che attribuisce agli acidi grassi della dieta la capacità di influenzare la composizione del microbiota intestinale. Il consumo di acidi grassi polinsaturi omega-3 e di acido linoleico esercita effetti benefici sul microbiota intestinale rispetto a quello degli acidi grassi polinsaturi omega-6 e degli acidi grassi saturi. Uno studio pubblicato nel 2019 ha riportato che il profilo alterato del microbiota intestinale nell’obesità cambia diventando simile a quello di individui normopeso e metabolicamente sani dopo il consumo di omega-3.

Si comprende, dunque, come il rapporto biunivoco “stili alimentari microbiota”, ottimizzato dagli schemi di una pratica dietetica salubre, perché composita ma correttamente equilibrata, fanno della dieta mediterranea un modello nutrizionale ottimale sul piano salutistico, oltre che un metodo e una regola di vita legata al territorio e alla storia delle nostre genti.

 

L’articolo su Leccesette del 5 agosto 2020:

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