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Intestino e cervello: come si influenzano tra loro?

intestino e cervello

Intestino e cervello: come si influenzano tra loro?

Il 31° numero di Risposta ImmunITALIA, la rubrica settimanale in cui il prof. Minelli risponde alle domande dei pazienti, è dedicato all’influenza reciproca tra intestino e cervello, alla luce alla luce di un recentissimo studio che illustra il meccanismo con cui l’infiammazione intestinale influenza l’anatomia funzionale del cervello, provocando così stati di ansia e depressione.

Leggi anche “Ansia e depressione: che ruolo ha la flora intestinale?” per approfondimenti.

Dottore io ho continui fastidi intestinali. Ho fatto gastroscopia e pure colonscopia che però hanno evidenziato solo una gastrite superficiale e la presenza di congestione delle emorroidi. Il mio medico dice che soffro di colon irritabile. Il fatto però è che io una forte irritabilità l’avverto non solo nell’intestino. Mi sento tesa, a tratti nervosa, a tratti depressa, con turbe umorali del tutto inspiegabili e poi un perenne stato d’ansia che non mi consente di affrontare con serenità la vita di ogni giorno. Ma tutte queste cose sono tra loro collegate?

Già in un precedente numero di Risposta Immunitalia avevamo affrontato il tema attualissimo dell’intensa comunicazione esistente tra intestino/cervello e viceversa, specificando come i batteri del microbiota intestinale siano in grado di modulare il sistema nervoso centrale attraverso molteplici meccanismi. Rientrano tra questi la produzione diretta da parte degli stessi batteri di sostanze neuroattive, la stimolazione delle cellule immunitarie e delle cellule enteroendocrine della mucosa intestinale a rilasciare, rispettivamente, citochine infiammatorie e ormoni, la stimolazione diretta delle fibre nervose afferenti, come il nervo vago.

Si è ipotizzato che, già nei primi anni di vita se non addirittura in ambiente fetale, segnali alterati provenienti da un microbiota non equilibrato abbiano importanti ripercussioni sui processi di generazione di nuovi neuroni dalle originarie cellule immature in regioni cerebrali di importanza strategica, come l’ippocampo, con conseguenze sul comportamento del bambino e, successivamente, dell’adulto.

Allo stesso modo, importanti alterazioni qualitative e quantitative del microbiota sono stati rilevate in diverse condizioni neuropsichiatriche, tra cui l’ansia, la depressione, i disturbi dello spettro autistico, la schizofrenia e persino il Parkinson ed il morbo di Alzheimer.

Sebbene gli studi siano ancora agli inizi e occorra adottare le opportune precauzioni nell’interpretazione dei dati, recenti ricerche mostrano l’effetto benefico della somministrazione di “psicobiotici” e suggeriscono un possibile ruolo anche per il trapianto di microbiota fecale.

Quanto è normale che chi soffre di malattie intestinali abbia pure, contemporaneamente, ansia e depressione?

Certo, non è “normale” che una persona debba patire simultaneamente sintomi di spettro così ampio e spesso anche invalidanti, ma è possibile ed è frequente che questo accade considerando un’origine condivisa di quei sintomi. A conferma di questo giunge uno studio recentissimo prodotto da quattro ricercatrici e docenti della Humanitas University, pubblicato da Science lo scorso 20 ottobre.

In estrema sintesi lo studio chiarisce i passaggi che si susseguono partendo da una infiammazione intestinale, qualunque ne sia la causa:

  1. l’infiammazione intestinale altera la regolare struttura della parete intestinale che, se impermeabile così come dovrebbe sempre essere per garantire salute e benessere, fa da barriera protettiva tra l’esterno e l’interno del nostro organismo;
  2. attraverso la barriera intestinale danneggiata e, dunque, resa permeabile dall’infiammazione, batteri estranei al microbiota facilmente si mescolano a quest’ultimo cambiandone i connotati ed entrano nel circolo sanguigno;
  3. grazie alla circolazione del sangue, i batteri “nemici” e i loro prodotti infiammatori si diffondono fino a raggiungere il cervello;
    quando l’infiammazione raggiunge il cervello, la barriera emato-liquorale – e cioè il cancello che blocca il passaggio di molecole estranee dal sangue verso il liquor cefalorachidiano – si chiude per impedire all’infiammazione di diffondersi ulteriormente e di fare danni anche in quel contesto;
  4. quest’ultimo passaggio, per quanto esclusivamente realizzato a fin di bene per tutelare l’integrità funzionale del cervello, di fatto finisce per isolare quest’ultimo dal resto dell’organismo con conseguente insorgenza di turbe comportamentali, disfunzioni emotive e stati d’ansia.

 

In questo video di Humanitas viene illustrata l’interazione tra intestino e cervello:

Quindi sarebbe come se il cervello dovesse rifugiarsi nell’ansia per schermarsi dai danni molto più seri che potrebbero derivare da un’infiammazione intestinale?

In realtà le Autrici dello studio focalizzano la loro attenzione soprattutto sulle funzioni dei Plessi Corioidei, piccoli cordoncini composti da glomeruli di arterie, vene e capillari e rivestiti da un sottile strato di tessuto nervoso. È lì che si forma il liquido cefalorachidiano (liquor) che circola poi nei ventricoli e lungo gli spazi sub-aracnoidei di encefalo e midollo spinale, a protezione delle delicate strutture del sistema nervoso centrale. In condizioni normali, la barriera vascolare dei plessi coroidei rimane aperta, così rendendo possibile il transito verso il cervello di sostanze nutritive e di elementi cellulari dotati di funzione immunologica.

Diversamente, nel caso in cui ci fosse il rischio di un transito verso il cervello di sostanze tossiche magari provenienti da un’infiammazione intestinale, il cancello dei plessi corioidei si chiude così tenendo al riparo da insulti patologici il cervello e le strutture del sistema nervoso centrale. Ma la chiusura del “cancello”, che ha evidentemente un’importante funzione protettiva rispetto a stimoli pure partite da distretti anatomici distanti, si associa inevitabilmente ad un vero e proprio “isolamento” del cervello dal resto dell’organismo, ciò che può, a sua volta, generare alterazioni comportamentali, turbe dell’umore, stati di ansia.

Siamo pertanto di fronte ad un “congegno straordinario” rappresentato nello specifico dal Plesso Corioideo che, oltre a filtrare in purezza il liquido cefalorachidiano, apre e chiude “il cancello” della sua barriera vascolare a seconda dello “scenario circostante”. E la scoperta dettagliata di questi aspetti, pure intuiti negli anni passati, affascina sempre più chi dell’argomento ne ha fatto materia di primario interesse scientifico e professionale.

Resta tuttavia il fatto che il primo passo verso la comparsa dei disturbi comportamentali, venga compiuto nell’intestino. Per quanto paradossale possa apparire, cosa si può e si deve fare per evitare che questo accade? Come preservare l’intestino da danni eventuali che possano ribaltarsi in stati d’ansia o in sindromi depressive?

Per evitare che la muraglia difensiva, rappresentata dalle cellule intestinali che frenano le sostanze tossiche, sia destabilizzata, a fare la differenza insieme a uno stile di vita sano è, ancora una volta, una dieta bilanciata, rigorosamente personalizzata, perché adattata alle condizioni intestinali del soggetto in esame, sempre diverse da quelle degli altri.

È necessario ridurre gli stress ambientali, il consumo eccessivo di zuccheri raffinati, di alimenti processati, di conservanti, di farine raffinate. E fondamentale un giusto apporto di frutta e verdura, quindi di fibra vegetale a scapito di prodotti ricchi in grassi saturi. È importante adottare strategie finalizzate a ridurre l’uso continuativo di farmaci diversi tra i quali soprattutto gastroprotettori e/o antiacidi, che irritano la mucosa intestinale e riducono la produzione dello strato di muco protettivo che riveste le cellule intestinali, indebolendo l’adesione delle cellule costituenti la barriera intestinale, tra loro collegate per il tramite delle cosiddette ‘giunzioni serrate’ (o tight junctions).

Attualmente le procedure in grado di fornire informazioni complete relative a tutti i distretti del canale intestinale – partendo dallo stomaco, passando per l’intestino tenue e fino ad arrivare al colon – si basano sull’esecuzione di un test facile da realizzare, non invasivo, che sfrutta le proprietà di specifici ‘zuccheri-sonda’ in grado di restituire la fotografia reale dello stato funzionale della barriera gastro-enterica, senza subire o creare particolari interferenze.

Pertanto, in caso di documentata alterazione della permeabilità gastrointestinale, sarà possibile migliorare il quadro clinico complessivo modulando opportunamente la composizione della dieta che verrà elaborata sulla base dei riscontri diagnostici acquisiti e nel rispetto delle necessità nutrizionali di base del soggetto in esame, selezionando in formulazione personalizzata tutti i nutrienti.

Leggi anche “Sindrome dell’intestino gocciolante: quali sono i sintomi e la cura?“.

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