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Coronavirus: tra inquinamento e seconda ondata. Facciamo chiarezza




Da qualche settimana il dibattito sul Coronavirus si sta concentrando su due ipotesi. La prima è che la CoViD-19 si diffonde prevalentemente nelle zone a maggiore livello di inquinamento e che gli effetti più aggressivi li dispiegherebbe proprio in quelle aree. La seconda è che in autunno tornerà la pandemia. Ne parliamo con il Prof. Mauro Minelli, Immunologo e docente straordinario di Igiene, già ospite della nostra rivista, a cui chiediamo di fare chiarezza.

Prof. Minelli, se osserviamo le zone più colpite in Italia dal nuovo Coronavirus notiamo che sono anche quelle a maggiore industrializzazione. Viene spontaneo associare la diffusione della Covid-19 all’ inquinamento. Dov’è che sbagliamo?

“Si sbaglia a fare delle semplificazioni ad effetto. Tendiamo a ragionare sul breve periodo, pertanto ci ostiniamo a cercare la causa della diffusione del nuovo Coronavirus in qualcosa che è accaduto anche solo tre mesi prima della manifestazione in Italia o, addirittura, nei mesi cruciali dell’epidemia. A fare la differenza, invece, è quello che è accaduto alle persone negli anni precedenti: a che tipo di inquinanti sono stati esposti? E per quanto tempo? L’inquinamento infatti è composto da numerosi elementi e non tutti hanno gli stessi effetti nocivi. Sempre di più la Comunità Scientifica sembra orientata, sulla base di evidenze tutt’altro che irrilevanti, ad individuare come maggiore responsabile della penetrazione del virus nel soggetto ospite un particolare inquinante che si chiama PM2.5. Mi spiego: si tratta di un miscuglio di sostanze molto piccole, circa 35 volte più piccole di un granello di sabbia, che derivano soprattutto dalla combustione di carburanti per autoveicoli, ma anche da centrali elettriche, dalla combustione di materiale diverso a seguito di incendi, dal fumo di tabacco. Per difendersi da questo inquinante, negli anni l’organismo produce una proteina chiamata ACE-2 (enzima di conversione dell’angiotensina II). Il Coronavirus penetra nell’organismo delle persone colpite proprio attraverso l’ACE-2. Quindi, maggiore è la produzione di questo enzima da parte dei soggetti lungamente esposti al particolato fine PM2.5,  più alte sono le possibilità che quelle persone si ammalino di CoViD.

In effetti se si parlasse banalmente di “inquinamento” alcune zone, come ad esempio quella di Taranto, avrebbero dovuto vivere l’esperienza drammatica che ha colpito Bergamo.

“Taranto infatti è l’esempio conclamato di quanto ho spiegato: perché Taranto, pur avendo un numero elevato di inquinanti dannosissimi e altamente nocivi, da anni non presenta livelli elevati di PM2.5. E noi ci disponiamo nel brevissiomo a fornire di questo le evidenze acclarate. Ma dirò di più: è molto probabile che i bambini che vivono in zone con elevati livelli di PM2.5 possano essere colpiti dal virus molto meno degli adulti anche perché il loro corpo, vista la giovane età, non ha avuto il tempo di sviluppare questa proteina, che va a depositarsi sulla superficie polmonare per proteggere i soggetti esposti dall’azione critica dellinquinante ma, ahimè, creando le condizioni per far entrare il virus”.

Alla luce di queste osservazioni,  il lockdown è servito?

“Se ci fosse stata maggiore attenzione nei confronti di studi già noti e pubblicati (e oramai non sono pochi) ci saremmo resi conto che, fermo restando l’utilità iniziale dei controlli, si sarebbero potuto differenziare le misure di contenimento in forma più logica e non uniformemente omogenea su tutto il territorio nazionale. L’analisi logica dei dati, infatti, avrebbe potuto far prevedere che alcune macroaree, rispetto ad altre,  sarebbero state meno colpite in quanto mancanti di quelle situazioni ambientali scatenanti di cui abbiamo parlato e non sarebbe stato necessario prolungare il periodo di chiusura”.

Un’ultima domanda: tra le ipotesi del momento si parla molto di una seconda ondata di Coronavirus in autunno.

“Chiunque lo sostenga lo fa senza alcun fondamento certo e, dunque aggiunge solo paure su paure.  Il presente, a volerlo leggere senza tentazioni terroristiche, ci parla di un virus che non è più capace di attivare potenti reazioni infiammatorie. L’evidenza clinica, non solo nelle terapie intensive oramai disabitate, ma anche nei pronto soccorso, ci porta a dire che le manifestazione cliniche della COVID sono in fase di decisa attenuazione. Il presente, dunque, ci descrive un virus che sembra progressivamente abituarsi a convivere con noi, che non è detto possa tornare a ridiventare minaccioso – anche perché nessuno finora ha dimostrato possa essersi modificato –  e contro il quale potrebbe addirittura risultare inutile pensare ad un vaccino potendosi estinguere prima della messa a punto di quest’ultimo. Con ciò non voglio esortare chi ci legge alla irresponsabilità o alla faciloneria. Dico, però, che ora è tempo che alla paura si sostituisca la conoscenza”. 

 

Intervista di mauro minelli per ora settimanale sul coromavirus

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